domenica 21 agosto 2011

HARRY POTTER: LEZIONI DI MAGIA E DI FEMMINISMO

Si è parlato molto della fine della saga cinematografica di Harry Potter. Insolito e interessante è stato il contributo del 16 luglio 2011 di Ms. Magazine, che riflette sulle 7 lezioni sul femminismo e per il femminismo che si possono trarre dall’ultimo episodio della serie cinematografica. Sette lezioni, come sette sono gli Horcrux che contengono i frammenti dell’anima di Lord Voldemort. Eccoli, direttamente tradotti dall’articolo:

1.      Il patriarcato è male. E può essere distrutto
Voldemort rappresenta ciò che c’è di male nel patriarcato, e l’ultimo film lo ritrae più volte come una figura paterna oppressiva. Papà-serpente extraordinaire, aspira ad avere potere sugli altri, e usa quel potere per opprimere. Come il serpente dalle molte teste Hydra [della mitologia greca] a cui spesso si è paragonato il patriarcato, Voldemort ha diviso la propria anima in una matrice sistemica e diffusa che lo rende difficile da sconfiggere. E, come il patriarcato, può essere spodestato. Il che naturalmente è possibile grazie ad altre lezioni femministe.

2.      Il personale è politico
Certo, l’avventura di Harry è in gran parte personale, messa in moto dalla vendetta personale di Voldemort contro di lui, ma diventa subito evidente che in questa battaglia non è in gioco solo Harry, ma l’intero mondo di maghi (e dei babbani). Nell’ultimo film, ci sono diversi momenti in cui le relazioni e le scelte interpersonali hanno eco politiche più ampie. Per esempio, quando Harry insiste nel voler salvare Draco, questa azione altruista ha una serie di ulteriori ripercussioni positive inaspettate.
E quando Harry finalmente decide, di fronte a Ron ed Hermione, di distruggere la bacchetta di sambuco, la bacchetta più potente del mondo, invece di tenerla, ciò che fa è denunciare il potere oppressivo. Questa azione profondamente politica sottolinea un messaggio centrale di tutta la saga: il potere porta alla corruzione. Inoltre, con Ron ed Hermione come testimoni, la sua scelta richiama la dimensione comunitaria del trionfo di Harry: Harry non è più il singolo “ragazzo sopravvissuto”, e il loro trionfo significa che è possibile vivere in un nuovo mondo, un mondo più equo.

3.      Dobbiamo eliminare il “Principio di Puffetta” insieme a Voldemort
Nel suo classico articolo The Smurfette Principle” (il “Principio di Puffetta”), Katha Pollitt evidenziava che nella maggioranza dei media “Il messaggio è chiaro. I maschi sono la norma, le femmine una variazione; i maschi sono centrali, le femmine periferiche; i maschi sono individui, le femmine sono tipi. I maschi definiscono il gruppo, la sua storia e il suo codice di valori. Le femmine esistono solo in relazione ai maschi”.
Ma in “Harry Potter e I doni della morte – II parte”, le ragazze non sono una variazione e non sono specificatamente identificate come ragazze; sono vitali, forti, intelligenti e, a volte, cattive tanto quanto i ragazzi. Come evidenziato nel blog This Girl on Girls, questa scelta è coerente con i libri, in cui l’autrice JKR “non ha cercato di rendere le donne a tutti i costi più forti o superiori agli uomini nel libro, ma ha scritto invece una serie in cui uomini e donne sono uguali – possono essere ugualmente cattivi, ugualmente intelligenti e ugualmente coraggiosi”.
Il questo film, Hermione […] non è “un passeggero che attraversa la vita trascinata da un motore trainante maschile” (come la Pollitt descrive la maggioranza dei giovani personaggi femminili). È lei stessa un motore trainante a tutti gli effetti, un motore che porta con sé Ron e Harry via da Gringott grazie alla sua idea di cavalcare il drago, un motore capace di aiutare Harry in tutti i suoi tentativi di sconfiggere Voldemort. Certo che avrei voluto che fosse stata più presente sullo schermo, ma la fine della saga per fortuna ci regala molti personaggi femminili che sono parecchio lontani da Puffetta.

4.      La matrice del privilegio/potere esita nell’oppressione sistematica e conta sulla partecipazione di tutti
Come scrive Allan Johnson in “Patriarchy, The System”, “nessuno di noi può decidere se partecipare, possiamo decidere solo come partecipare…” al sistema patriarcale. La gabbia del sistema patriarcale limita le nostre azioni e ci crea delle barriere, ma il sistema funziona come se fosse coperto da un mantello dell’invisibilità, e il suo potere deriva da forze che vanno oltre la nostra capacità di vedere e di comprendere. Ne “I doni della morte – II parte”, vediamo ripetutamente che il patriarca cattivo Voldemort per poter prosperare ha bisogno di un esercito di servitori che eseguono i suoi ordini. Allo stesso modo, perché Harry e il suo gruppo possano liberarsi dalla gabbia in cui sono intrappolati, devono ribellarsi in massa. Insieme, coloro che desiderano che il sistema cambi devono sforzarsi di distruggere tutte le sbarre della gabbia.
La distruzione degli ultimi Horcrux offre una lezione potente: se attacchi una singola sbarra, o un singolo Horcrux, la gabbia (o il male) alla fine resistono. Proprio come il femminismo deve lavorare per ottenere l’uguaglianza su tutti i fronti – razza, classe, sesso, età, abilità, etc., allo stesso modo i personaggi di Harry Potter devono lavorare per distruggere tutte le sbarre della gabbia creata da Voldemort. In più, il fatto che una di queste “sbarre” si trovi all’interno di Harry, ci porta alla lezione successiva:

5.      C’è del male dentro ognuno di noi
Così come, volenti o nolenti, tutti partecipiamo al patriarcato, allo stesso modo tutti prendiamo forma attraverso i suoi pilastri di razzismo, sessismo, omofobia, etc. Non è possibile crescere in questa gabbia senza che la merda che c’è sul fondo ci tocchi almeno un po’, per così dire. Nel film, veniamo a sapere che Harry ha dentro di sé un pezzo di Voldemort, e quindi anche il maghetto buono ha degli aspetti cattivi. Per potersene liberare, deve prima di tutto rendersi conto che quel male è parte di lui, proprio come anche noi dobbiamo renderci conto dei nostri bias e dei nostri privilegi per riuscire a dare forza un movimento sociale efficace. Come Harry, dobbiamo riconoscere le nostre debolezze e attingere ai nostri alleati per migliorare e diventare agenti di cambiamento più efficaci.

6. Dobbiamo diversificare i nostri alleati
All’inizio del film, una scena con Griphook, un goblin con i denti appuntiti, ci ricorda che l’aiuto può arrivare dai luoghi più inattesi. Più tardi, è Neville Longbottom che sorprendentemente salva tutti. Sebbene la maggior parte dei movimenti sociali abbia le sue icone, i movimenti sociali stessi non possono sopravvivere né prosperare senza alleati inattesi, e nemmeno senza il supporto di un gruppo multiforme. Harry è l’icona, ma non potrebbe vincere senza alleati come Neville e le masse di sostenitori di Hogwarts. Il trionfo definitivo con cui termina il film non sarebbe stato possibile senza un gruppo multiforme di personaggi, ciascuno dei quali offre i suoi punti di forza e di conoscenza, dalla professoressa McGonagall alla mamma iper-protettiva e iper-sensibile dei Weasley, dal timido diventato poi coraggioso Neville, alla stralunata Luna, fino al gigante e gigantemente indispensabile Hagrid.
E non dimentichiamo Severus Piton, che per la maggior parte della saga sembra un cattivo, ma che nell’ultimo episodio si rivela uno dei principali alleati di Harry. Questo si coglie in particolare nei momenti finali del film, quando il figlio di Harry si preoccupa di essere inserito a Serpeverde ed Harry lo assicura che Severus, di Serpeverde, è una delle persone più coraggiose che abbia mai conosciuto. Il figlio di Harry Potter, chiamato con un nome che omaggia al contempo Albus Silente, Severus Piton ed Harry Potter, rappresenta l’unione delle case rivali di Griffondoro e Serpeverde, dimostrando che coloro che consideriamo nemici, nelle circostanze giuste possono diventare alleati.

7.      Le parole sono importanti
Nella mia citazione preferita del film, Silente dice a Harry: “Le parole sono… la nostra più inesauribile forma di magia”. Ovviamente l’intera saga ha enfatizzato il potere del linguaggio attraverso la sua focalizzazione su potenti incantesimi e magie, ma anche rivelando quanto possano fare la differenza parole condivise e parole taciute. Questo film finale lo esprime molto bene sottolineando l’importanza dell’ascolto. Forse è il più silenzioso degli otto film, e molte delle scene chiave mostrano dialoghi sussurrati. Capiamo che le parole sono una magia che ci lega al passato e che ci permette di costruire un futuro migliore – come ci rivelano potentemente le parole scambiate con Harry attraverso il medium delle lacrime di Piton.

Mentre il mondo catturato nel corso dei sette libri e degli otto film va a concludersi in un trionfo, ricordiamoci che le parole sono davvero magiche e che attraverso le parole e con l’aiuto di alleati diversi e di convinzione politica, possiamo essere chiamati a brandire la nostra bacchetta personale”.

Fonte: Ms. Magazine

lunedì 15 agosto 2011

MALO ES BUENO



Bebe è il nome d'arte della cantautrice e attrice spagnola Nieves Rebolledo Vila, nata a Valencia de Alcántara nel 1978. Ve la ricordate? Nell’estate del 2006 non si sentiva altro che la sua commovente canzone “Malo”.
A luglio 2006, a proposito della canzone aveva dichiarato al Corriere della sera: “"Malo" è nata nel 1998, quando ancora non mi conosceva nessuno, ed è nata dalla rabbia per le cose che vedevo e che sentivo, in maniera spontanea. I maltrattamenti domestici in Spagna, fino a poco tempo fa, erano classificati sotto la voce "problemi coniugali" e questo era inaccettabile”.

Nel pieno di questa estate 2011 vi ripropongo la canzone, con il testo e la traduzione. Buon ascolto!


Bebe – Malo
Apareciste una noche fría,
con olor a tabaco sucio y a ginebra
el miedo ya me recorría
mientras cruzaba los deditos tras la puerta.
Tu carita de niño guapo
se la ha ido comiendo el tiempo por tus venas,
y tu inseguridad machista
se refleja cada día en mis lagrimitas.

Una vez más no por favor que estoy cansada y no puedo con el corazón.
Una vez más no mi amor por favor,
no grites que los niños duermen.
Una vez mas no por favor que estoy cansada y no puedo con el corazón.
Una vez más no mi amor por favor,
no grites que los niños duermen.

Voy a volverme como el fuego
voy a quemar tu puño de acero
y del morao de mis mejillas saldrá el valor
para cobrarme las heridas.
Malo, malo, malo eres
no se daña quien se quiere, no
tonto, tonto, tonto eres
no te pienses mejor que las mujeres
Malo, malo, malo eres
no se daña quien se quiere, no
tonto, tonto, tonto eres
no te pienses mejor que las mujeres.

El dia es gris cuando tu estás,
y el sol vuelve a salir cuando te vas
y la penita de mi corazón
yo me la tengo que tragar con el fogón.
mi carita de niña linda
se ha ido envejeciendo en el silencio.
cada vez que me dices puta
se hace tu cerebro más pequeño.

Una vez más no por favor que estoy cansaa y no puedo con el corazón.
Una vez más no mi amor por favor,
no grites que los niños duermen
Una vez más no por favor que estoy cansada y no puedo con el corazón.
Una vez más no mi amor por favor,
no grites que los niños duermen.

Voy a volverme como el fuego
voy a quemar tus puño de acero
y del morao de mis mejillas saldrá el valor
para cobrarme las heridas.
Malo, malo, malo eres
no se daña quien se quiere, no
tonto, tonto, tonto eres
no te pienses mejor que las mujeres
Malo, malo, malo eres
no se daña quien se quiere, no
tonto, tonto, tonto eres
no te pienses mejor que las mujeres.

Voy a volverme como el fuego
voy a quemar tus puño de acero
y del morao de mis mejillas saldrá el valor
para cobrarme las heridas.
Malo, malo, malo eres
no se daña quien se quiere, no
tonto, tonto, tonto eres
no te pienses mejor que las mujeres
Malo, malo, malo eres
no se daña quien se quiere, no
tonto, tonto, tonto eres
no te pienses mejor que las mujeres.

malo, malo eres,
malo eres, porque quieres...
malo, malo eres...
no me chilles, que me duele...

eres débil y eres malo,
y no te pienses mejor que yo ni que nadie...
y ahora yo me fumo un cigarrito
y te echo el humo en el corazoncito...
porque, malo malo eres, tú...
malo, malo eres,sí...
malo, malo eres, siempre...
malo, malo eres...



TRADUZIONE ITALIANA


Sei apparso in una notte fredda
Con l’odore di tabacco putrido e gin
La paura già mi percorreva
Mentre incrociavi le dita dietro la porta.
Il tuo viso di bel bambino
Se l'è mangiato il tempo a cominciare dalle tue vene,
E la tua insicurezza maschilista
Si riflette ogni giorno nelle mie lacrime.

Una volta ancora, no per favore che sono stanca e non ce la faccio col cuore.
Una volta ancora, no amore mio per favore,
Non gridare che i bambini dormono
Una volta ancora, no per favore che sono stanca e non ce la faccio col cuore.
Una volta ancora, no amore mio per favore,
Non gridare che i bambini dormono

Divento come il fuoco
Brucio il tuo pugno d’acciaio
e dalle mie guance scure troverò la forza
Per guarirmi le ferite.
Cattivo, cattivo, cattivo sei
Non si fa male a chi si ama, no
Tonto, tonto, tonto sei
Non crederti migliore delle donne.
Cattivo, cattivo, cattivo sei
Non si fa male a chi si ama, no
Tonto, tonto, tonto sei
Non crederti migliore delle donne.

Il giorno è grigio quando ci sei tu,
E il sole torna ad apparire quando te ne vai
E la pena del mio cuore
Io la devo mandar giù col fuoco
Il mio viso di bambina graziosa
È invecchiato nel silenzio
Ogni volta che mi dici puttana
Il tuo cervello si fa più piccolo

Una volta ancora, no per favore che sono stanca e non ce la faccio col cuore.
Una volta ancora, no amore mio per favore,
Non gridare che i bambini dormono
Una volta ancora, no per favore che sono stanca e non ce la faccio col cuore.
Una volta ancora, no amore mio per favore,
Non gridare che i bambini dormono

Divento come il fuoco
Brucio il tuo pugno d’acciaio
e dalle mie guance scure troverò la forza
Per guarirmi le ferite.
Cattivo, cattivo, cattivo sei
Non si fa male a chi si ama, no
Tonto, tonto, tonto sei
Non crederti migliore delle donne.
Cattivo, cattivo, cattivo sei
Non si fa male a chi si ama, no
Tonto, tonto, tonto sei
Non crederti migliore delle donne.

Divento come il fuoco
Brucio il tuo pugno d’acciaio
e dalle mie guance scure troverò la forza
Per guarirmi le ferite.
Cattivo, cattivo, cattivo sei
Non si fa male a chi si ama, no
Tonto, tonto, tonto sei
Non crederti migliore delle donne.
Cattivo, cattivo, cattivo sei
Non si fa male a chi si ama, no
Tonto, tonto, tonto sei
Non crederti migliore delle donne.

Cattivo, cattivo, cattivo sei,
Cattivo sei, perché vuoi...
Cattivo, cattivo, cattivo sei...
Non strillarmi, che mi fa male...

Sei debole e sei cattivo,
E non crederti migliore di me né di nessun altro...
E ora mi fumo una sigaretta
E ti butto il fumo nel cuore...
Perché, cattivo, cattivo, cattivo sei, tu...
Cattivo, cattivo, cattivo sei, sì...
Cattivo, cattivo, cattivo sei, sempre...
Cattivo, cattivo, cattivo sei...

mercoledì 10 agosto 2011

PIÙ DI DIECI DONNE, MENO DI UNA PSICOTERAPIA


Sono stata molto contenta questo mese di avere avuto il privilegio di leggere in anteprima l’ultimo romanzo della scrittrice cilena Marcela Serrano, “Dieci donne”, in uscita il libreria dal 24 agosto. In passato avevo letto il suo “Arrivederci piccole donne” e mi era piaciuto: ne avevo apprezzato la scrittura leggera, ritmica, visiva, quasi solida. Certo, ha un po’ il vezzo dell’aforismo facile, ma si fa perdonare scrivendo bene e riuscendo a dare voce all’esperienza femminile in modo quotidiano e immediato, e raro da trovare, anche nella buona letteratura. E poi, il suo nuovo libro si apre con una bellissima citazione di una delle mie poetesse preferite - Wislawa Szymborska. Le premesse insomma erano buone e in parte sono state confermate.

Ma partiamo dall’inizio. Il libro dà voce in prima persona a nove donne che presentano se stesse e la propria storia, a turno, in un gruppo di psicoterapia. A ognuna di loro è dedicato un capitolo, a cui si aggiunge il decimo che racconta della psichiatra (con una formazione psicanalitica, si dice, anche se da ciò che fa, pensa e dice non si direbbe proprio, non c’è “late style” che tenga) attraverso gli occhi della sua “assistente”. Lo indico tra virgolette perché non si tratta di una futura psichiatra, psicologa o psicoterapeuta che sta facendo il tirocinio. No. Dice di sé: “Non ho mai studiato. Ho frequentato la facoltà di lettere per un paio d’anni, e a motivarmi è stata sempre e solo la letteratura” (pag. 256). Ora, il personaggio non avrà mai studiato psicoterapia, ma, tesoro, se hai frequentato due anni di Lettere all’Università non puoi dire che non hai studiato. Ma questo è un dettaglio. Il punto è che non è chiaro a che titolo sia lì. E che cosa stanno facendo in quel gruppo, da un punto di vista terapeutico, è ancora meno chiaro (non lo sa nemmeno l'“assistente”, che lo confessa candidamente).
Ciò che più ho apprezzato nel romanzo è la sua coralità. La struttura non si presta nemmeno molto a questo, perché purtroppo nessuna delle donne interagisce con l’altra, se non in qualche fugace accenno. Le protagoniste infatti raccontano a turno la propria storia (di giornalista stuprata, di anziana, di vedova di un desaparecido, di adolescente lesbica, di madre, di orfana, etc.), ma ciascuna vicenda è talmente ricca di personaggi femminili che si ascolta come un coro, non come un assolo. A dire il vero la dimensione dell’amicizia mi è un po’ mancata, ma la varietà armonica di diverse età, estrazioni sociali, posizioni politiche, orientamenti ed esperienze sessuali, vite familiari, livello culturale, formazioni professionali e aspirazioni esistenziali è tale e talmente organica, naturale e femminile da offrire davvero di più della singola storia di dieci donne.
Alcuni momenti sono toccanti, altri esasperanti, altri ancora inverosimili, e altri piacevoli. Ci sono riferimennti espliciti e impliciti al femminismo e all'importanza del ruolo giocato (nel bene e nel male) da altre donne: dalle madri, dalle amanti, dalle sorelle, ma anche da tutte quelle presenze trasversali che informano il nostro modo di essere donne nella vita di tutti i giorni. E forse è proprio questo sfondo brulicante di donne che è mi è piaciuto più di ogni altra cosa, e che tanto spesso mi manca in molta letteratura, anche ottima.
Speravo che questa pluralità di voci si rispecchiasse anche nei “timbri narrativi”, negli stili di presentazione, nelle modalità espositive e linguistiche dei presonaggi; questo in effetti in parte è avvenuto, ma non quanto avrei voluto. Chissà se in originale sarebbe stato diverso...
Peccato però far dire con sufficienza a un personaggio che si presenta come appassionata di letteratura: “Il Cile stava crollando mentre io flirtavo con il bel Mr. Darcy”. Mi sa che ha fatto bene il personaggio ad abbandonare gli studi di Lettere, e non perché studiare letteratura comportava un eccesso di analisi, ma perché se leggere Jane Austen per lei è flirtare con il bel Darcy, evidentemente non sa leggere – leggere davvero. (Ma perché è così raro che gli scrittori e le scrittrici scrivano lettori credibili?).

Quello che invece rimprovero accoratamente a questo romanzo è di avere proposto un setting, un linguaggio, una premessa ideologica che rischia di patologizzare l’esperienza femminile, di decantare acriticamente le meraviglie della psicofarmacologia, e di confondere il guarire con l’essere felici e l’amore con la competenza professionale. Nella nostra cultura, l’esperienza femminile viene troppo spesso patologizzata perché ci si possa permettere questo scivolone, che è ancora più grave se a scivolare è una brava scrittrice come la Serrano.

“Ascoltare storie regala molte vite, raccontarle attenua la solitudine” dice la fascetta del libro, che cita l’autrice. Sono d’accordo. Ma la terapia è un’altra cosa, e una terapeuta non è un’amica o una mamma o una guida spirituale. Se si confondono i due piani, c’è qualcosa di gravemente sbagliato sia in come si concepisce la terapia che in come si concepisce l’amicizia (o la maternità, o la guida spirituale). Raccontare non basta: non basta alla buona psicoterapia e non basta alla buona letteratura.
Per fortuna in “Dieci Donne” c’è di più di questo: c’è una scatola magica che risuona di voci femminili, come succede troppo di rado. Peccato che le imprigioni in una patologizzazione semplicistica e preoccupante, come succede troppo spesso.

giovedì 4 agosto 2011

L'ONU CONTRO LA DISCRIMINAZIONE DELLE DONNE ITALIANE

Il 26 luglio 2011 sono uscite le raccomandazioni dell’ONU all’Italia per un’efficace implementazione della Convenzione per l'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (CEDAW).
Riporto il documento per intero nella sua versione originale in calce al post. Il blog Campagna Lavori in Corsa – 30 anni CEDAW, che si definisce una “rete attiva per la promozione dell’uguaglianza di genere e la tutela dei diritti delle donne in Italia e a livello internazionale”, ne riassume bene il contenuto. Scrive:
 Secondo le Nazioni Unite, in Italia persistono profondi stereotipi che hanno un impatto schiacciante sul ruolo della donna e sulle responsabilità che essa ha nella società e in famiglia. Complici le dichiarazioni pubbliche dei politici, che non fanno altro che incrementare tale profondo dislivello tra i sessi.
Tali stereotipi pongono le donne in una situazione di svantaggio, incidendo negativamente sulle scelte degli studi e della professione che esse vogliono intraprendere e diminuendo le possibilità di accesso ai “piani alti” del mercato del lavoro, della vita politica e del ‘decision-making’.
Per quanto riguarda la violenza contro le donne, si legge: "Nonostante la nota positiva per l’adozione della legge 11/2009 che introduce il crimine di stalking, il Comitato esprime la propria preoccupazione per l’alto numero di violenze perpetrate su donne e bambine, per la mancanza di dati sulle violenze contro immigrate, Rom e Sinti e per la persistenza di attitudini socio-culturali che “condonano” la violenza domestica. In particolare, stupisce e preoccupa l’alto numero di donne uccise da partner o ex-partner, indice del fallimento dell’autorità nel suo fondamentale compito di protezione delle donne.
Ecco perché il Comitato ONU chiede al Governo di presentare entro due anni un rapporto sulle misure intraprese contro stereotipi e violenza di genere e raccomanda al nostro paese di adottare tutte le misure legali, amministrative, politiche ed educative necessarie a ridurre tali stereotipi. In particolare, le Nazioni Unite chiedono che lo Stato intervenga sulle immagini sessiste divulgate dall’industria della pubblicità e dai media, nelle quali donne e uomini sono spesso raffigurati in modo stereotipato".
Rispetto al  mercato del lavoro, le cose non vanno meglio: "Il Comitato rileva la costante disparità di salario e di trattamento tra uomini e donne e le scarse misure introdotte dallo Stato per conciliare vita e lavoro. In particolare, colpisce l’alto numero di madri che abbandonano il posto di lavoro dopo la nascita del figlio e la bassissima fruizione da parte dei padri italiani del congedo parentale (solo il 10%). Per questi motivi, tra le raccomandazioni fatte al Governo, si chiede che vengano introdotte urgentemente misure che incrementino il numero di donne impiegate e che portino all’abolizione sostanziale della pratica dei 'dimissioni in bianco'.
Infine, il Comitato raccomanda di valorizzare e coinvolgere la società civile - e in particolare le associazioni di donne - nel cammino verso un’effettiva uguaglianza di genere nel nostro paese, attraverso consultazioni periodiche e trasparenti e la promozione di un dialogo costruttivo”. 

Il problema, a mio modo di vedere, non è tanto che ci facciamo brutta figura - e in effetti ne facciamo una pessima - ma che la brutta figura corrisponde alla realtà. Vederlo aiuta. Vederlo è necessario. Ma è solo un primo passo.

domenica 31 luglio 2011

CI VUOLE CORAGGIO




Non so se ve ne eravate accorti, ma fino ad ora la Pixar non ha mai prodotto un film che avesse come protagonista una donna o una bambina. Mai. Ha all’attivo 12 film d’animazione. Tutti protagonisti maschili.
Ora finalmente infrange questo pattern vergognoso, con il primo film con una protagonista femminile. Si tratta di “Brave” (originariamente intitolato “The bear and the bow” - “L’orso e l’arco”): le vicende si svolgono nelle Highlands scozzesi medievali, e la protagonista, la principessa Merida, sfida i suoi genitori per perseguire l’amore per un arciere. Questo la porterà a mettere involontariamente a rischio il regno del re suo padre, e la sua avventura la vedrà ristabilirne l’ordine combattendo una misteriosa forza nera della natura che vuole annientare il trono.
Un rischio porre come protagonista una bambina? Ritengo di sì, perché il titolo in italiano sarà “Brave – Coraggiosa e ribelle” (perché “coraggiosa” a quanto pare non era sufficiente…), ed essendo declinato al femminile potrebbe alienarsi il pubblico dei bambini, che non sono culturalmente abituati a identificarsi con protagoniste femminili. È ora che si cominci, e finalmente anche Pixar fa la sua parte. Certo, mi scoccia enormemente che la motivazione che mobilita la protagonista sia l’amore perché rischia di riproporre il trito stereotipo di un mondo femminile circoscritto nel sentimento, ma mi accontento.
Il film dovrebbe uscire negli USA il 22 giugno 2012 e da noi si immagina poco dopo. La sceneggiatura è di Brenda Chapman, al regia della stessa Chapman e di Mark Andrews, la produzione di Katherine Sarafian e la musica di Patrick Doyle. In originale la protagonista sarà la splendida Emma Thompson. Speriamo che da noi la scelta sia altrettanto azzeccata.

lunedì 25 luglio 2011

A SCUOLA DI SESSISMO


Nel 2006 è uscito “Sessi e sessismo nei testi scolastici. La rappresentazione dei generi nei libri di lettura delle elementari”, un’indagine realizzata dalla dr.ssa Irene Biemmi, ricercatrice TD presso il Dipartimento di Scienze dell'Educazione e dei Processi Culturali e Formativi dell'Università di Firenze, negli anni 1998 – 2001 e pubblicata nel Quaderno n.29 del Consiglio regionale della Toscana, Commissione regionale pari opportunità donna – uomo.
Diamo un’occhiata.
Nei testi di narrativa esaminati, i protagonisti delle storie sono così distribuiti:

Come si vede, le bambine e le donne sono decisamente sotto-rappresentate, e la ratio disattende quella della popolazione reale.
Andiamo più in dettaglio. Ecco il rapporto maschi/femmine nei veri generi letterari insegnati:

E questi personaggi… Che lavoro fanno, di grazia? Partiamo intanto da presupposto che nei libri di testo su 70 protagonisti maschili 49 lavorano, mentre tra le 32 protagoniste femminili, solo 18 di loro lavorano. E che scelta hanno? Beh, non proprio uguale: i maschi hanno a disposizione ben 50 lavori diversi, le femmine solo 15.

Andiamo avanti, facciamoci del male. I protagonisti maschili fanno i seguenti “lavori”:
re, cavaliere, mago, maestro, scudiero, scrittore, dottore, poeta, pescatore, pittore, pirata, , paggio, mozzo, medico di bordo di una nave, meccanico, ombrellaio, nobile, navigatore, scultore, alunno, scienziato, valletto, taglialegna, studioso, sceicco, viaggiatore, presidente di una squadra di calcio, profeta, riparatore di sedie, venditore, barbiere, Babbo Natale, artista, bibliotecario, cantante, boscaiolo, architetto, artigiano, arrotino, giornalista, giocatore di carte, marinaio, geologo, contadino, comandante, capitano di nave, crociato, ferroviere, esploratore, esattore delle tasse.

Ecco invece i “lavori” delle protagoniste femminili:
maestra, strega, maga, scrittrice, Befana, nobile, nutrice, pittrice, attrice, principessa, fata, casalinga, castellana, bibliotecaria, indovina

Evidentemente lavori economicamente svantaggiosi, di carattere prevalentemente domestico e quasi del tutto slegati dalla realtà.
E come sono questi personaggi? I maschi vengono descritti con aggettivi quali:
sicuro, coraggioso, serio, orgoglioso, onesto, ambizioso, minaccioso, pensieroso, concentrato, bruto, avventuroso, autoritario, furioso, generoso, fiero, duro, egoista, iroso, virtuoso, tronfio, saggio, deciso, audace, libero, impudente

Le femmine con aggettivi quali:
antipatica, pettegola, invidiosa, vanitosa, smorfiosa, civetta, altezzosa, affettuosa, apprensiva, angosciata, mortificata, premurosa, paziente, buona, tenera, vergognosa, silenziosa, servizievole, comprensiva, decile, deliziosa, delicata, disperata, ipersensibile, dolce, innocente

Se poi invece soffermiamo la nostra attenzione sulle immagini, i bambini e gli uomini anche visivamente predominano numericamente, e vengono rappresentati in massima parte all’aperto (e se in casa, in soggiorno), impegnati in attività gratificanti, mentre le bambine e le donne vengono rappresentate in spazi chiusi, intente a curare il proprio aspetto, ad accudire bambole (o bambini se adulte) o a fare lavori domestici.
“Nei testi scolastici c’è una tendenza al’immobilismo”, osserva la Biemmi, “nel senso che si propongono contenuti culturali spesso più arretrati delle stesse conquiste legislative del paese, della stessa mentalità corrente, del senso comune. Questo vale anche per il modelli di maschio e femmina che sono fortemente stereotipati e mostrano immagini di uomini e donne irrealistiche e ormai superate nella realtà. Si nota soprattutto una discrepanza fra il mondo femminile mostrato nei libri, che ruota attorno ad attività domestiche e alla cura dei figli, e il mondo reale delle donne che per la maggioranza lavorano fuori casa”.
Fonte: "Ancora dalla parte delle bambine", di Loredana Lipperini, Feltrinelli ed.

lunedì 18 luglio 2011

UNA BOMBA ATOMICA SULLA MATERNITÀ A TUTTI I COSTI



“Da che mi ricordo non ho mai voluto diventare madre. Dall’età di 12 anni, quando facevo la baby sitter per i figli dei vicini per 75 centesimi all’ora e passavo l’intera giornata chiusa fuori casa mentre i bambini correvano selvaggiamente all’interno, la maternità non ha mai fatto per me. Ero incapace di prendermi cura di qualcuno più piccolo di me: avevo un blocco mentale – una reale antipatia – verso la costruzione di cappellini di carta e altri progetti che si suppone piacciano ai bambini”.
Questo confessa candidamente Rahna Reiko Rizzuto nel suo libro Hiroshima in the Morning. Dieci anni fa l’autrice aveva vinto una borsa di studio per fare ricerca sull’esperienza della bomba H in Giappone, intervistando i sopravvissuti in vista di un libro che in realtà ha finito per fare scalpore per gli elementi più personali del suo lavoro.
Nel raccontare della propria esperienza all’estero infatti, la Rizzuto ha riferito anche della propria esperienza di ricerca e della svolta che nel suo lavoro e nella sua vita ha costituito il trovarsi in Giappone durante l’11 settembre 2001, mentre il marito e i due figli erano a New York. Sì, perché la Rizzuto ha nel frattempo avuto due figli, accordandosi col marito che sarebbe stato lui a prendersene primariamente cura.
E così, nel raccontare delle interviste agli hibakusha e della sua avventura personale, ha accompagnato il lettore nella sua riscoperta di se stessa non più definita in relazione al ruolo sociale che aveva negli USA – come moglie e come madre – ma come se stessa. Ha potuto ri-scoprirsi e ri-conoscersi, esplorando possibilità prima non immaginate e arrivando all’inaspettata conclusione di non volere essere una madre a tempo pieno ma di volere dare nuovamente a se stessa la priorità.
E così, al suo rientro negli USA, la scrittrice ha lasciato il marito e i figli e ne ha dovuto affrontare le conseguenze. Come ha confessato alla trasmissione Today in un’intervista del marzo 2011, alcuni tra i suoi amici le hanno addirittura tolto la parola.
Eppure, non è questo che succede spessissimo ai padri? A un ceto punto alcuni si rendono conto che la famiglia non fa per loro e si separano, scegliendo una vita diversa e lasciando i figli alla moglie. Succede talvolta. Niente di scandaloso. Perché allora lo scandalo ora? Perché la critica “Non avrebbe dovuto avere figli se non li voleva” non estende la stessa valutazione anche agli uomini?
Io lo faccio. Penso che sia pericolosa e dannosa questa aspettativa condivisa di genitorialità a tutti i costi, sia per i padri che per le madri. Essere genitori può essere una esperienza splendida, ma se non si sente dentro di sé questo desiderio, bisognerebbe avere la saggezza di non fare figli, e questo vale sia per gli uomini che per le donne.
Per le donne c'è una doppia pressione però, perché ci si aspetta non solo che facciano figli, ma che li debbano comunque desiderare, che l'istinto di essere madri sia innato e presente in tutte le donne nello stesso modo e con la stessa intensità. Così, appena fidanzate - Quando ti sposi? Appena sposate - A quando un bambino? Dopo il primo figlio - A quando il secondo?

In fondo la Rizzuto vive affianco ai suoi figli, li vede regolarmente e ne ha l’affido congiuntamente al marito, trascorrendo con loro momenti migliori di quanto le sarebbe stato possibile se si fosse sentita fagocitata dalla maternità rimanendo all’interno della famiglia. Il tabù è quello dell’istinto materno come connaturato all’essenza femminile. La Rizzuto ha osato infrangere quel tabù.
L’intervista di Today alla dr.ssa Argie Allen, la direttrice di formazione clinica presso l’università di Drexel, è molto condivisibile a questo proposito: “Spesso nella nostra cultura siamo molto giudicanti e pensiamo ci sia un solo modo di fare la madre, un solo modo di fare i genitori. La verità è che non è così: ci sono molti modi di fare le madri e di fare i genitori che possono essere molto positivi”, spiega la Allen. “Bisogna capire che cosa funziona meglio per quella madre affinché dia il suo meglio ai propri figli. E se si pensa che sia necessario annullare se stesse, spesso questo purtroppo significa che chi fa così ha l’illusione di dare il massimo ai propri figli, ma la verità è che potrebbe non essere così”.
Il libro è bello e illuminante, non solo per questo aspetto. Da leggere per riflettere sugli effetti della bomba atomica reale e su quella metaforica sui nostri pregiudizi sugli altri e su noi stessi.  

lunedì 11 luglio 2011

IL CORPO DELLA DONNA IN TV



http://telesofia.blogspot.com/2011/04/manifesto-per-lutilizzo-responsabile.html
Recentemente ho visto il documentario "Il corpo delle donne" di Lorella Zanardo, Marco Malfi Chindemi e Cesare Cantù (sì, due uomini su tre). Si tratta di un cortometraggio della durata di 24 minuti che affronta il tema della rappresentazione del corpo della donna, e quindi della donna, in televisione. Come spiega lo stesso sito, "Siamo partiti da un’urgenza. La constatazione che le donne, le donne vere, stiano scomparendo dalla tv e che siano state sostituite da una rappresentazione grottesca, volgare e umiliante. La perdita ci è parsa enorme: la cancellazione dell’identità delle donne sta avvenendo sotto lo sguardo di tutti ma senza che vi sia un’adeguata reazione, nemmeno da parte delle donne medesime. Da qui si è fatta strada l’idea di selezionare le immagini televisive che avessero in comune l’utilizzo manipolatorio del corpo delle donne per raccontare quanto sta avvenendo non solo a chi non guarda mai la tv ma specialmente a chi la guarda ma “non vede”. L’obbiettivo è interrogarci e interrogare sulle ragioni di questa cancellazione, un vero ”pogrom” di cui siamo tutti spettatori silenziosi. Il lavoro ha poi dato particolare risalto alla cancellazione dei volti adulti in tv, al ricorso alla chirurgia estetica per cancellare qualsiasi segno di passaggio del tempo e alle conseguenze sociali di questa rimozione".

Avrei fatto volentieri a meno di alcuni commenti poco illuminati, diciamo così, sulla televisione e avrei voluto un po' di citazioni femministe e femminili in più, ma ritengo che valga la pena guardarlo, per quando certi stralci colpiscano allo stomaco e lascino il segno. Ma almeno qui non siamo presi alla sprovvista come capita invece a volte nell'accendere casualmente la tv.
E forse in parte è questo che dobbiamo fare: non accendere la tv casualmente, e non spegnerla casualmente, ma con criterio, con la consapevolezza che il telecomado di fatto è lo scettro dello spettatore con cui può cambiare le cose, almeno parzialmente, per quella piccola frazione di cui è parte come audience (e quindi come ritorno economico di chi produce i programmi e decide i palinsesti).

E in effetti, un tentativo per migliorare la situazione dell'immagine della donna in tv c'è stato, e ne parla un interessantissimo post del blog Telesofia, che affronta il tema dell'immagine della donna in tv, e che condivido qui sotto nella sua interezza. Lo so, è un po' lungo, ma prometto che ne vale veramente la pena.

Dice Telesofia:
"Recentemente si è parlato molto dell’immagine che si dà della donna in TV e sui media genericamente intesi, condannandoli per una rappresentazione che sarebbe lesiva della dignità. Il comitato “Pari o Dispare” ha pensato di “passare al contrattacco” con un’iniziativa concreta: la presentazione di un “Manifesto per l’utilizzo responsabile dell’immagine femminile”, a cui hanno aderito, sottoscrivendolo, diverse aziende. Sono già una ventina, anche molto importanti (come Accenture, Johnson & Johnson, Kroll, L'Oréal, Microsoft, Unilever/Dove, Vodafone…), e altre se ne stanno aggiungendo. La campagna durerà tutto l’anno. Il Manifesto è stato presentato lo scorso 21 marzo, a Milano, in una conferenza stampa che trovate sopra nella sua interezza. Sotto avete una sintesi, quasi una trascrizione, in alcuni passaggi, di quanto hanno detto i vari relatori. Ai diversi interventi sono stati alternati dei video pubblicitari, analizzati, come un vero e proprio “aiuto a guardare”, a cura di Non Chiederci la Parola. Tra parentesi, Pari o Dispare (PoD) ha anche creato un gruppo su Facebook per chiedere alla RAI un osservatorio contro gli stereotipi di genere.


CRISTINA MOLINARI, presidente di PoD, ha esordito spiegando che il nome nasce dalla convinzione che in Italia le donne nascono “pari” ma poi tendono a crescere “dispare”. In Italia, rispetto alla posizione della donna siamo i penultimi nei Paesi Europei, cosa che limita il Paese, economicamente, culturalmente e socialmente. L’impegno di PoD è legato a due filoni: lavoro (qualitativamente e quantitativamente) e gli stereotipi dei media (stampa televisione, pubblicità). Questi ultimi sono anche visti come causa ed effetto del modo in cui è poi trattata la donna nel mondo del lavoro. In questa sede si parla di stereotipi nella pubblicità, nello specifico, perché questa ci bombarda costantemente e ha un influsso costante (per la strada, coi cartelloni, alla radio, al cinema, quando guardiamo la tv), e anche se non ce ne rendiamo conto in modo esplicito, ci influenza. Le donne il più delle volte vengono rappresentate come “cretine o come animali d’ornamento”. Alla fine ci sembra normale, ma non lo è. Il mondo delle donne è più ricco. E, al di là dell’aspetto valoriale, anche per le aziende non è nemmeno conveniente dare questo genere di immagine, visto che le donne sono persone con grande potere d’acquisto. Per questo hanno deciso di “scrivere un manifesto sull’utilizzo responsabile della figura femminile e chiedere alle aziende di sottoscriverlo e di impegnarsi a non abusare né del corpo né del cervello delle donne e neanche a proporre in modo ossessivo degli stereotipi estetici che stanno spingendo generazioni di adolescenti o verso l’anoressia o verso il lettino del chirurgo estetico a 16 anni”.
In questo modo, si vogliono dimostrare tre cose:
Ci sono aziende che non vogliono associare il proprio marchio a immagini irrispettose o semplicemente stereotipate di metà della cittadinanza italiana.
Esiste una crescente quota di mercato pubblicitario che non si accontenta di campagne banali.
È ora di avere direttori marketing e agenzie pubblicitarie più creative e che si rendono conto che il mondo è cambiato.


ANTONIO TOVARELLI, responsabile del controllo pubblicità di Agos Ducato, azienda che ha partecipato anche a Miss Italia, ha ribadito l’impegno dell’azienda a mostrare la donna in contesti quotidiani o reali, seguendo principi di dignità e non discriminazione. Per questo hanno aderito all’iniziativa.


GAD LERNER è stato invitato come conduttore che, nelle sue trasmissioni, sia affronta temi femminili, sia invita le donne come esperte. Per lui non sono sessualità e seduttività a sconvolgere. Piuttosto c’è il problema opposto, che per lui è quello focale: non ci si accorge di come è degenerata una forma di comunicazione intorno alla figura femminile. Sono pochi quelli consapevoli, quelli che viaggiano all’estero e vedono che altrove non è così. E non ci paragoniamo a Paesi con cultura oscurantista. Il meccanismo di replica che si sente in Italia è quello del “così fan tutti”, ma si scontra con i dati di fatto: altrove sono nicchie quelle della comunicazione degradata, qui sembra essere il modello dominante. Si tratta di una battaglia culturale, e ci si scontra con la mentalità della classe dirigente italiana. Non intende politicizzare il problema, perché l’intesa deve oltrepassare gli schieramenti politici, ma non può non notare la misoginia della classe dirigente e il fatto che è redditizio ostentarla. Quello del Manifesto lo considera un risultato importante proprio anche perché è giocato sul piano della convenienza: non è più redditizio promuoversi su ideali estetici basati sulla finzione. A questo ha aggiunto che vede come un risultato il fatto che Antonio Ricci non farà Veline, quest’estate.


MARINA SACCAPANI MISSONI sottolinea che l’azienda di famiglia (da tre generazioni) vuole catturare l’attenzione lavorando sull’immagine. Quella della donna bellissima non sortiva più il suo effetto essendo stata usata e abusata. La ricerca esasperata della perfezione è ora uno schema, una scatola, da cui uscire. La loro punta ad essere una pubblicità transgenerazionale e multiculturale.


BIBIANA FERRARI, managing director di Relight, azienda che si occupa di riciclo dei nuovi rifiuti, ammette che l’impatto ambientale non è declinato al femminile, ma ha una storia molto maschile. Trovare uno spazio non è stato facile. Ma sono un’azienda “al femminile”. Aderiscono all’iniziativa come dovere morale e come gesto concreto.


FILLIPPO DE CATERINA, direttore della comunicazione e marketing di L’Oreal Italia, prende la palla al balzo dalla presidente—che ricorda quanto sia irritante vedere pubblicità con donne giovanissime che parlano della propria pelle matura e di come L’Oreal sia in controtendenza in questo perché ha il coraggio di usare anche donne effettivamente mature—ricordando che già negli anni ’70 loro hanno usato Jane Fonda, nelle loro pubblicità. Il tema dell’immagine femminile lo sentono come una responsabilità forte perché sono leader mondiale nella cosmetica. In Italia, i secondi, terzi e quarti loro concorrenti messi insieme, non arrivano alla loro quota. Sono presenti in 140 Paesi del mondo e devono interpretare la bellezza di tutto il mondo. Questa infatti cambia da Paese a Paese, dipende da caratteristiche fisiche, ma anche culturali. Loro interpretano l’aspetto culturale da punto di vista dei canoni produttivi. Per loro essere attenti alla politica di genere fa parte del quotidiano, per il mercato a cui si rivolgono (una clientela soprattutto femminile). Hanno rispetto di tutte le età, diversamente non sarebbe produttivo anche prima che sbagliato da un punto di vista etico-valoriale. Credono profondamente che il rispetto della donna faccia parte fondamentale di porsi davanti al business. Con L’Oreals Paris, hanno proposto ormai da molti anni “Perché io valgo”, traduzione dell’americano “Because I’m worth it”. Questo slogan ha accompagnato la crescita della condizione femminile: da una donna che doveva essere bella per compiacere il mondo maschile in senso generale, a una donna che prendeva consapevolezza di se stessa e voleva essere bella perché lei se lo meritava. Cambia in questo modo la visione del modo di fare comunicazione. Al suo interno poi L’Oreal è donna per una quota che va da 60 al 70%; lo è il 50% del comitato di direzione italiano e il 35% a livello centrale. Sono numeri di rilievo, ma stanno ancora crescendo. Non vogliono fare solo presenza, ma la volontà è quella di fare una testimonianza, passare da ruolo di persone che lavorano su questi temi a persone che si sono impegnate attivamente. Lo fanno anche su altri fronti. Dal 1998, ad esempio, hanno promosso “For Women in Science”, un premio realizzato insieme con l’UNESCO, che riconosce le donne scienziato a livello mondiale per favorirne la carriera. È diventato una specie di nobel al femminile. Si sono create altre 50 iniziative a livello locale, come stimolo sinergico.


ROBERTA COCCO da vent’anni lavora alla Microsoft (in Italia vi lavorano 850 persone), ma non presenzia solo in veste di direttore marketing, ma anche come responsabile di “Futuro @l femminile”. Ricorda che quando faceva un master le hanno detto “Se non avete idee, usate un bambino o una donna”, e le è rimasto in mente. Il problema è come si fa, però. Non ci sarebbe tutta questa attenzione verso lo stereotipo, se non mancassero modelli al positivo. Ci sono, moltissimi, ma sembrano trasparenti. Bill Gates si dedica molto al sociale e quando chiedono fondi alla corporation per progetti di questo tipo possono averli, ma devono documentare il tipo di impatto che avrebbe la campagna che propongono e deve caratterizzare il Paese a cui è rivolta. Per l’Italia non hanno mai avuto ostacoli nel ricevere fondi a favore delle donne. “Futuro @l femminile” è un progetto di responsabilità sociale di Microsoft e molte altre aziende per promuovere la tecnologia a servizio delle donne, sia nella sfera personale che professionale. Hanno fatto soprattutto moltissima formazione, fino a corsi per l’imprenditoria femminile. Un tema in cui sono impegnati è quello dell’autostima delle giovanissime. Loro si sono voluti occupare in particolare delle preadolescenti (dai 9 ai 14 anni), per vedere come la tecnologia impattasse nella formazione dell’autostima e valutare come l’utilizzo della tecnologia porti a un percorso positivo. In una prima fase hanno raccolto le risposte a un questionario per un’indagine realizzata attraverso il proprio portale. Per avere peso scientifico servivano 500-600quetionari: ne hanno ricevuti 3500. Alcune risposte li hanno colpiti e l’ideatrice del progetto, una fotografa, ha poi contattato le ragazze e ha fatto scatti tutt’ora in mostra alla triennale, che presentano modelli positivi. (Viene mostrato un vido di due minuti in proposito).


ALESSANDRA PERRAZZELLI, presidente di Valore D, associazione che raccoglie aziende e personale femminile che vuole migliorare la capacità di affermazione professionale delle donne, la presenta dicendo che è nata due anni fa. Ora sono più di 45 aziende, di vario tipo che hanno un tema comune: come portare più donne in posizione di rilievo. Si sono chiesti se e come la pubblicità avesse un impatto su quello che fanno, e nell’aderire al Manifesto hanno lasciato le aziende libere di firmare o meno. Quello che notano è che il modello proposto, della donna bella e stupida e fortemente sessuata, crea fortissimo impatto sul percepito, questo perché crea una polarizzazione fra donne bellissime e donne che sono donne-uomo, ovvero come reazione alla iperfenmminilità si crea come risposta la donna coi baffi, una leadership maschile. Idealmente invece, come contro-offensiva, si vuole una leadership che si esprime come femminile. Diversamente le donne vengono private di quello che sanno esprimere. Quanto alla possibilità di fare carriera, è molto rischioso quando il modello è solo uno. Riporta un aneddoto in cui lei stessa è andata a un colloquio di lavoro e la persona che doveva assumerla aveva sulla scrivania una rivista con donna carponi. In quella situazione si è sentita di dover superare “detti e non detti” che mettevano in secondo piano studi ed esperienze. Quell’incontro le ha fatto decidere, all’epoca, di non rientrare in Italia, ma di rimanere all’estero.


EMMA BONINO, vicepresidente del Senato e presidente onoraria di Pari o Dispare, ricorda che questo è un filone che sta cercando di portare avanti da molto tempo ed è contenta che poi ci si aggreghi. Già quando era Ministro, nella nota di Lisbona, sulla situazione del nostro Paese e dello stereotipo con cui vengono presentate le donne, richiamarono i pubblicitari. Quello che si vede è sintomo di pigrizia mentale. E ci si impoverisce sempre più. Non è una campagna per coprire il corpo della donna, ma è culturalmente importante svolgerla perché le immagini stereotipate sono pervasive, entrano in milioni di case di italiani via Rai, Mediaset… Sono di impatto su ragazzine e ragazzini: le ragazze hanno un solo modello da raggiungere e per i ragazzini la ragazza o donna da desiderare deve essere di quel modello. È quindi necessario operare un cambiamento per le nuove generazioni, “oltre che francamente [per il fatto che ] non è simpatico viaggiare dall’autostrada, rientrando a Roma, con un cartello 12x32, con una signorina bellissima, improbabile, in autoreggente nero che striscia su un pannello solare dal sobrio titolo ‘Montami’”, non è proprio il massimo del Made in Italy. Il degrado è meglio arginarlo. L’iniziativa è di incitazione perciò. Il brutto può diventare di moda, ma anche il bello lo può, può esserci una china a rovescio. C’è il comitato della ministra Carfagna che viene usato per togliere queste pubblicità. Sono utili gli strumenti di correzione delle istituzioni, ma serve anche rovesciare la tendenza. Ha partecipato anni fa a un convegno, in cui erano presenti anche Serena Dandini e la Cortellesi ,in cui si ironizzava sulla rappresentazione che si fa delle donne. Alla fine l’ironia è diventata greve. La pubblicità è un grande strumento, usato da televisioni e carta stampata. Invertire la tendenza è fare un passo avanti. Non vogliamo essere vittoriani e mettere la gonna alle gambe del tavolo, né vogliamo il proibizionismo, ma la situazione è anche un po’ patetica. La “potenzialità del valore al femminile nel nostro Paese è e continua ad essere sottovalutata”. Poi è normale che le donne trovino in campo professionale “il soffitto di cemento”. Deve cambiare la politica, e non è una politica degli ultimi anni, viene da lontano ed è solo stata ora accelerata. Il fatto che l’intero Welfare del nostro paese è sulle spalle delle donne è perché fa comodo a molti, non è un destino cinico e baro. Va rimessa in discussone questa politica, e insieme a questa, per renderla più efficace, bisogna lavorare di pari passo sul fronte della rappresentazione. Non è vero che le donne sono tutte brave, tutte intelligenti… non siamo una categoria, né un sindacato. Non tutte la pensano allo stesso modo ed è bene: siamo persone che vogliono essere valutate ed apprezzate per quanto valgono. A volte dobbiamo anche avere il coraggio di non aspettare di essere co-optate, stando in un angolo sperando che qualcuno si accorga di te. Bisogna dire “io voglio quel posto lì”. Spera che tutte le iniziative facciamo venir voglia di lottare. Una giusta rappresentazione rende il Paese migliore per tutti, più equilibrato, anche umanamente, e lo rende un luogo in cui per tutti è più piacevole vivere".