giovedì 17 novembre 2011

DONNE AL GOVERNO


Ieri è uscito un articolo interessante di Caterina Soffici sul Fatto Quotidiano, e ho pensato di condividerlo con voi:

“MA LE DONNE RESTANO DONNE, di Caterina Soffici

Non è ridicolo che nelle consultazioni si sia incontrata “una rappresentante delle donne”? Siccome fino a stamattina era circolato solo un nome femminile nel totoministri, e i mugugni stavano montando e già in molti condividevano un pensiero semplice ma chiaro, che cioè un governo post Berlusconi senza donne non è una vera rottura ma una sua prosecuzione mascherata, e le donne di Snoq (Se non ora quando?, quelle che avevano portato in piazza un milione di persone il 13 febbraio) protestavano e altre associazioni avanzavano la richiesta di un governo al 50 per cento femminile, allora si è deciso che era nel Monti style consultare anche le donne. Che non si capisce bene cosa significhi, ma tant’è. Come se non si sapesse di cosa hanno bisogno le donne.

Però qualcuno avrà detto: guardi professore che le donne sono importanti. Sono quelle che stanno pagando maggiormente sulla propria pelle il peso di questa
crisi. Si ricorda quell’azienda che licenziava solo le operaie per salvare lo stipendio degli uomini? Ecco, tante altre hanno fatto lo stesso, senza ufficializzarlo. Più della metà delle donne in Italia non lavora e il 50 per cento delle 800 mila che hanno perso il lavoro quest’anno ha smesso di cercarlo. Guardi presidente incaricato che le donne non le possiamo lasciare fuori. Giusto, certo, le donne. Sono importanti, chiamiamole.

Quindi si è annunciato ufficialmente che sarebbe stata convocata a Palazzo Giustiniani anche una rappresentante delle donne (e dei giovani professore, certo, non dimentichiamoci i giovani). La cosa però è ridicola, come se le donne fossero una
categoria. Uno incontra i rappresentanti dei partiti politici, i sindacati, le parti sociali. E le donne. Si possono incontrare i rappresentanti di qualsiasi categoria produttiva italiana, dai commercianti ai taxisti, dai medici di base agli edili, ma è difficile individuare un rappresentante delle donne. Per esempio una donna commerciante chi la rappresenta? È una donna o una commerciante? E una taxista? L’idea è di principio ridicola perché le donne non sono una categoria ma semmai la maggioranza della popolazione italiana.

Ieri si è finalmente scoperto che la convocata è stata la Consigliera nazionale di parità,
Alessandra Servidori, figura istituzionale con pochissimi effettivi poteri (e cronicamente senza fondi), nata nel 2000 con il compito di tutelare le donne dalle discriminazioni sul lavoro e di vigilare sull’applicazione della legge. Ce ne sono anche di regionali e provinciali, anche se pochi ne conoscono l’esistenza. La Servidori è andata a riferire al presidente incaricato le cose che già tutti sappiamo e che Monti sapeva già benissimo da solo (collegato al lavoro, riforma dell’occupazione femminile, e che i servizi alla persona, agli anziani ai bambini e ai non autosufficienti possono essere di grande aiuto alle donne lavoratrici, eccetera ….). Poi è uscita dal colloquio e ha dichiarato: “Non abbiamo la presunzione di rappresentare tutte le donne italiane, ma siamo una rappresentanza istituzionale”. Poi ha ricordato che il momento è difficile e che alle condizioni date “la strada è in salita” e ha dato la solidarietà al governo per il difficile compito.

Siamo ancora davanti al solito equivoco, ridurre la questione femminile a un problema di interventi per le donne. Ci vogliono quelli e sono importanti. Ma bisogna soprattutto rendere
la dignità e il rispetto alle donne italiane, soprattutto dopo che sono state sbeffeggiate da mezzo mondo per il Bunga Bunga e per le veline europee e per le ministre del precedente governo”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano, 16 novembre 2011

E oggi, da La Stampa:

"LA SORPRESA "ROSA" DI MONTI: TRE DONNE IN POSIZIONI CHIAVE
Il neo ministro del Lavoro, Politiche Sociali e Pari opportunità, Elsa Fornero
Paola Severino va alla Giustizia, Interni a Annamaria Cancellieri, Welfare nelle mani della Fornero - Così il premier respinge le accuse

di TONIA MASTROBUONI
Roma

La prima della storia repubblicana è stata Tina Anselmi, ministro dell'Andreotti ter, nel 1976. E sappiamo l'impronta che ha lasciato nel Paese: il Servizio sanitario nazionale, la legge sulle Pari opportunità portano anche la sua firma, oltre che la famosa Commissione che negli anni '80 fece luce sul verminaio della P2.

Successivamente sono dovuti passare dieci anni perché la solitaria presenza delle donne al governo raddoppiasse (1987, Jervolino e Bono Parrino), oltretutto in un governo con ben 31 dicasteri. Poi è dovuto trascorrere un altro decennio perché la componente femminile raggiungesse l'incredibile vetta di sei, con il primo governo D'Alema. Dunque, le tre donne che Mario Monti ha scelto per posizioni chiave come giustizia, interni e welfare (con delega alle pari opportunità) non erano affatto scontate.

Dopo i pronostici pessimisti sul governo "monogenere" Mario Monti ha sorpreso tutti, scegliendo tre accademiche dal profilo eccellente, che siedono in tre dicasteri fondamentali - in un governo snello oltretutto, composto di soli sedici ministri - che hanno sicuramente un compito complesso dinanzi a loro. Elsa Fornero dovrà affrontare subito il capitolo spinoso ma imprescindibile della riforma delle pensioni e non è difficile immaginare che i rapporti con la Cgil - l'unico sindacato che la settimana scorsa non ha firmato l'appello congiunto sindacati-imprese per sollecitare un rapido varo del governo Monti - non saranno semplici. E che dunque non sarà facile neanche convincere l'ampia componente del Pd legata al sindacato della Camusso a votare eventuali riforme su pensioni o lavoro in Parlamento.

Come non sarà facile per il neo ministro della Giustizia, Paola Severino, muoversi con la componente più berlusconiana del Pdl pronta a morderle i polpacci a ogni sospetto di voler danneggiare il capo. D'altra parte, potrebbe affrontare con più serenità, senza gli ideologismi della Lega, il problema del sovraffollamento delle carceri. E il Carroccio all'opposizione potrebbe rendere il compito più facile anche alla terza donna al governo, la responsabile degli Interni, Annamaria Cancellieri, se mai volesse mettere mano alla confusa e pessima legislazione sugli immigrati. Per le donne e grazie alle donne questo potrebbe diventare un governo importante". 


mercoledì 9 novembre 2011

PERCHÉ GLI UOMINI DOVREBBERO ESSERE FEMMINISTI



Facciamo finta che uno sconosciuto ci provi con voi in un ascensore d’albergo alle 4:00 del mattino, mentre state cercando di tornare nella vostra stanza, stanche della giornata. Facciamo finta che quel giorno abbiate fatto un intervento in una conferenza sui diritti delle donne, e che la conferenza si tenga all’estero: non conoscete nessuno e non c’è nessun altro intorno – solo voi e quell’uomo in ascensore, nel cuore della notte. Facciamo finta che abbiate un blog e che una volta tornata a casa confessiate la vostra esperienza e la paura che avete provato.
È quello che è successo a Rebecca Watson, che ne ha parlato nel suo blog Skepchick. Solo che poi Richard Dawkins, il celebre biologo inglese che tutti conosciamo, la ha presa in giro argomentando che la Watson si era comportata come una bambinetta frignante, perché in fondo quell’uomo non le aveva messo le mani addosso, non l’aveva aggredita, ci aveva provato solo con le parole e, insomma, per le donne musulmane è molto peggio, per cui non si dovrebbe lamentare.
Sono rimasta inorridita, anche perché ho sempre apprezzato Richard Dawkins e, anche se non sempre condivido ciò che dice, spesso lo considero la voce della ragione in contesti in cui la voce della superstizione ha il megafono. Come faceva a non capire che, se è vero che alcuni basilari diritti civili ci sono riconosciuti, non significa che va tutto bene, solo perché altre donne stanno peggio di noi?
Nel suo interessantissimo blog, Jen McCreight ha commentato, rivolgendosi a Dawkins: “Le parole sono importanti. Il motivo per cui non lo capisci è che non sei mai stato chiamato ‘mona’, ‘frocio’, ‘negro’, o ‘ebreo’. Non hai mai fatto l’esperienza di avere costantemente intorno a te persone che dicono che sei subumano, o che hai le capacità intellettive di un animale. Non sei circondato da persone che dicono che non dovresti avere diritti. Non sei costantemente oggetto di molestie sessuali. Non vivi con la paura di essere violentato”.
Però, visto che sono d’accordo che le parole sono importanti, sono andata a vedere più in dettaglio che cosa le ha detto quell’uomo in ascensore esattamente. Testualmente: “Non fraintendermi, ma ti trovo molto interessante [l’uomo aveva partecipato alla conferenza] e vorrei continuare a parlare con te. Ti andrebbe di salire nella mia stanza d’albergo per un caffè?”.
Niente parolacce, niente di volgare o offensivo, niente che la oggettificasse o la umiliasse. Magari avrebbe dovuto capire che non era il contesto appropriato, ma non mi sembra che una avance del genere meriti una reazione così oltraggiata. Eppure quella paura la capisco, e la capisco bene. Mi sono messa nei suoi panni e ho provato quello stesso panico. E allora?
Allora, quello che questo episodio ci insegna non è necessariamente che fare avances del genere sia una forma di violenza contro le donne, e nemmeno che, come crede Dawkins, ci lamentiamo troppo considerato che altrove il maschilismo è molto peggiore. No. Credo che la lezione qui sia un’altra: la cultura del permissivismo verso le molestie, degli stupri legittimati, dell’oppressione dei diritti delle donne crea spesso uno stato di allarme e di sospetto nelle donne, che comprensibilmente hanno imparato che dare il beneficio del dubbio a volte ti porta in ospedale, e quando succede vieni pure biasimata per non aver subito intuito le reali intenzioni del tuo aggressore, o forse le avevi capite e in fondo ci stavi. Tutte le donne sanno di che cosa sto parlando, e sanno com’è oppressivo e tossico questo modo di pensare, ma sanno anche che è necessario difendersi.
La lezione allora ritengo sia questa, ed è una lezione per gli uomini di buon senso: combattere il sessismo e costruire un’alleanza per un avanzamento nei diritti delle donne è vitale per le donne, certo, ma anche per tutti quegli uomini che trovano una donna interessante e vorrebbero approcciarla, e cercano di farlo nel modo giusto, ma finiscono per essere considerati e trattati come dei pervertiti maniaci. La chiave non è rimproverare loro di avere reagito come bimbe capricciose e isteriche – è combattere insieme per un clima culturale collettivo in cui le donne abbiano la possibilità di darvi il beneficio del dubbio.

mercoledì 2 novembre 2011

JOHANN HARI: PERCHÉ IGNORAIMO GLI ABUSI SULLE DONNE?


 
In occasione della morte dello scrittore americano Norman Mailer nel novembre del 2007, il sempre illuminato e illuminante Johann Hari ha scritto sull’Independent uno splendido e importante articolo (giovedì 15 novembre 2007) sulla tendenza della nostra cultura a ignorare gli abusi sulle donne e a sottovalutare la misoginia. Ora che ne cade l'anniversario, ne riporto alcuni stralci:
Scrive Hari: “Quando è che picchiare, violentare e pugnalare una donna diventa accettabile? Quando è che va bene definire “piagnucolose” “arraffone” e “stronze” le vittime di queste azioni? La risposta è ovvia: mai. Eppure sembra che questa non sia la valutazione che facciamo complessivamente come cultura. No: se l’uomo che picchia la moglie, o il violentatore o l’assassino sa scrivere romanzi, dare un calcio a un pallone, creare canzoni o presentarsi come politico progressista, trattiamo la loro misoginia come se fosse irrilevante o, peggio, come un’affettazione da ragazzi in preda al testosterone che consideriamo una prova di autenticità”.
L’articolo procede citando più esempi di personaggi pubblici molto diversi tra loro che, nonostante il proprio comportamento e le proprie dichiarazioni sessiste, sono considerati degli eroi del nostro tempo. Mi soffermo nel proporvi gli stralci relativi a Mailer perché mi sono piaciuti particolarmente e perché esprimono brillantemente quello che io stessa ho pensato molto e molte volte e proposito di Mailer e di molti altri.
Scrive Hari: “Negli ultimi sei giorni siamo stati saturati dai tributi alla grandezza di Norman Mailer. Non solo del suo lavoro, ma della sua vita. È stato definito “coraggioso”, “determinato a sperimentare la ricchezza della vita”, “compassionevole”, “piacevole”. Si dice solo en passant che disprezzava violentemente le donne. Le ha definite “Bestie basse e sciatte; dovrebbero essere rinchiuse in una gabbia”. Ha militato contro tutto ciò che dà alle donne il controllo della loro vita, compreso il controllo delle nascite, perché diceva che voleva mantenere il “brivido” che deriva dal sapere che la donna con cui stava facendo sesso sarebbe potuta poi morire dando alla luce un bambino. Diceva che le femministe vogliono “distruggere gli uomini” e ha scritto un libro bizzarro di 500 pagine (“Il prigioniero del sesso”) per darne “prova”.
Ha agito sulla scorta del suo odio. Picchiava la sua giovane moglie, Adele, dandole pugni sullo stomaco mentre era incinta di sei mesi e forzandola a fare sesso di gruppo con i suoi amici. Una notte, nel corso di un party, ha preso un coltello e la ha pugnalata. Le ha attraversato il petto mancando il cuore di poco. Poi la ha pugnalata alle spalle. Mentre era lì distesa in preda all’emorragia, un uomo si è avvicinato per aiutarla. Lui ha risposto seccato: “Vattene. Lascia che la stronza muoia”.
Adele non si è mai realmente ripresa. Ha sviluppato una pleurite e ha cominciato a produrre catarro nero più volte al giorno. Era troppo spaventata per denunciarlo. È diventata alcolista e povera, e non è più stata in grado di dare fiducia a un uomo. Quando, anni dopo, ha raccontato la sua storia nel libro The Last Party [Da noi in Italia ovviamente non è mai arrivato.Che sorpresa!], le recensioni la hanno cassata. Le hanno dato della “piagnucolosa”, “stridula” e “nauseabonda”. Implicitamente si diceva: come si permette questa stronzetta altezzosa di lamentarsi della Nostra Icona? Alcuni pare credano anche che pugnalarla abbia reso Mailer uno scrittore migliore – come se valesse la pena sacrificare una donna sull’altare del “genio”, come se fosse “villano” da parte di lei continuare a parlare.
(Ovviamente ritengo che l’opera di un artista debba essere valutata del tutto separatamente dalla sua vita peronale. Se domani scoprissimo che Shakespeare era un molestatore di bambini, King Lear sarebbe comunque un capolavoro. Ma la misoginia di Mailer infesta il suo lavoro. Come evidenziato dalla scrittrice femminista Kate Millett, il suo romanzo del 1965 “Un sogno americano” è una prova su come uccidere tua moglie e vivere per sempre felice e contento”. È rivelatorio che nel suo unico libro realmente bello – “Il nudo e il morto” – non ci siano personaggi femminili).
Se Norman Mailer avesse detto che bisognerebbe mettere i neri in gabbia, se avesse detto che il movimento per i diritti civili voleva “distruggere i bianchi”, se avesse accoltellato un nero in una furia razzista, la prima riga di tutti i necrologi lo avrebbe riportato. E quindi perché questo odio verso le donne e preso meno sul serio?”
L’articolo si chiude con questi interrogativi: “Perché facciamo finta di non vedere i corpi pieni di lividi di così tante donne? Questa cecità collettiva non riguarda solo il modo in cui vengono riportate le notizie; informa anche la nostra vita politica. Immaginate se in Inghilterra [o in Italia se è per questo, dico io] centinaia di migliaia di uomini venissero costretti a terra in stanze d’albergo, nei soggiorni, in vicoli bui e venissero analmente violentati dai loro “amici” o da conoscenti, e immaginate che nessuno venisse praticamente mai punito. Sarebbe uno dei temi di maggiore discussione della politica inglese. Però in realtà questo succede alle donne e quindi è un problema di terza classe, tirato fuori una volta ogni dieci anni.
L’alzata di spalle con cui reagiamo alle pugnalate e agli stupri perpetrati con così tanto entusiasmo da alcuni uomini ci ricorda che non bastano pochi decenni di progresso per eliminare millenni di misoginia. Sotto la superficie cortesemente femminilizzata, giace l’atavica e dormiente credenza che la violenza contro donne come Adele Mailer […] non conti. “Lascia che la stronza muoia”, ha ringhiato Mailer, come le mani sporche di sangue – e ciononostante lo applaudiamo mentre va alla tomba”.
Per chi volesse ascoltare il suo podcast gratuito, lo consiglio perché è sempre estremamente interessante e ben presentato. Ecco il link: http://www.independent.co.uk/opinion/commentators/johann-hari/the-johann-hari-podcast-2238368.html

giovedì 27 ottobre 2011

LE PIÙ RAPPRESENTATIVE DELLE ITALIANE


Recentemente, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, l’associazione “Donne e qualità della vita” ha stilato una classifica delle donne più rappresentative dell’Italia e del nostro stile di vita raccogliendo il parere di 400 donne dai 20 ai 60 anni.
Ecco i risultati, così come riferiti da Il sito delle donne:
“1. Manuela Arcuri: il prototipo della femminilità italiana, tutta curve e praticità… Mette la bellezza al primo posto e vorrebbe un corpo in grado di sedurre chiunque; provocante e sensuale, le donne che si identificano nella Arcuri sono probabilmente lo stereotipo delle ragazze che aspirano a fare la velina, hanno un corpo da mamma e trascurerebbero volentieri la carriera per la famiglia e una vita nello spettacolo o da mantenute [Non commento su questa descrizione, anche se mi fa abbastanza ribrezzo...].
2. Paola Cortellesi: intelligente, spiritosa, comica ma sofisticata… Capace di passare da ruoli di attrice divertenti a quelli più drammatici e impegnati, le fan della Cortellesi sono sempre auto-ironiche, pensano a se stesse come a persone carine, ma che mettono l’aspetto fisico dietro a un sano umorismo che dimostra tutta la loro intelligenza.
3. Luciana Littizzetto: un’altra comica un po’ più “attempata”, che non disdegna di commentare notizie di politica e società e dimostra sempre spirito critico. Non ha mai paura di dire come la pensa. Possiede una certa capacità di fronteggiare a viso aperto il maschio e lo critica aspramente, senza mai tralasciare un’auto-critica feroce. Sanguigna, a tratti volgare, pratica, difende i valori del femminismo e della femminilità senza per forza mostrare la carne.
4. Rita Levi Montalcini: andrebbe inserita fra il patrimonio nazionale. Infatti è una mente invidiata da tutto il mondo. Chi si identifica nella Montalcini crede che le donne possano essere veramente valorizzate dal loro cervello. Non solo, ma pensano che possano raggiungere traguardi impensabili mantenendo classe, eleganza, purezza di spirito e immergendosi completamente nello studio e nella carriera. Sono forse donne che credono nel cosmopolitismo e che sognano di fare in Italia ciò che, a livello di ricerca, è oggi possibile solo all’estero.
5. Margherita Hack: un’altra scienziata, ma più alla mano. Astrofisica, la testa tra le nuvole e i piedi saldi a terra, coloro che la ritengono un modello apprezzano soprattutto le sue conoscenze ma anche il suo spirito moderno. Apprezzata forse di più dalle donne di sinistra la Hack è il prototipo della studiosa casual che apprezza il mondo, lo ama, lo studia e lo difende. Divulgatrice instancabile mette molta passione in quello che fa e lo dimostra”.
Chissà che cosa sarebbe emerso se la stessa domanda fosse stata rivolta agli uomini. Sospetto un risultato un tantino diverso…
E voi? Chi avreste scelto?

giovedì 20 ottobre 2011

SQUADRA VINCENTE? CI VOGLIONO PIÙ DONNE



Quest’anno, la Harvard Business Review ha pubblicato una ricerca di Anita Woolley e Thomas Malone che sembra confermare che, come già sappiamo, c’è una bassa correlazione tra il livello di intelligenza collettiva di un gruppo e il quoziente intellettivo dei suoi singoli membri. Ma non è tutto. Ciò che colpisce è che questo studio, ormai replicato due volte con i medesimi risultati, evidenzia che se il gruppo comprende più donne, il livello di intelligenza collettivo aumenta.

La ricerca è così strutturata: i ricercatori hanno selezionato un campione di 699 soggetti con età variabile dai 18 ai 60 anni e li hanno sottoposti a test di intelligenza standard, dividendoli poi casualmente in gruppi diversi. Ciascun gruppo doveva completare dei compiti e risolvere un problema complesso. Coerentemente con le aspettative, i gruppi i cui membri avevano il QI più alto non hanno ottenuto un punteggio significativamente maggiore in termini di intelligenza collettiva. Sorprendentemente invece, i gruppi che avevano più donne, sì - e la performance è migliorata fino al 40%.

Poiché sono tendenzialmente scettica verso questo tipo di generalizzazioni, sia che riguardino gli uomini sia che riguardino le donne, ho investigato ulteriormente, approdando a un interessante approfondimento, pubblicato dalla stessa prestigiosa rivista.

 “Molti fattori che ci aspettavamo che fossero significativi in realtà non lo sono”, spiega Wolley. “Elementi come il livello di soddisfazione, di coesione o di motivazione del gruppo non sono correlati con il grado di intelligenza collettiva. E naturalmente non lo è nemmeno il QI individuale”.

Quali sono allora i fattori significativi? Un elevato numero di donne, pare. Ma non è così semplice.

In sostanza la ricerca mostra che:
-         i gruppi dovrebbero comprendere sia uomini che donne, perché diversamente (solo uomini o solo donne) la performance si appiattisce. Tuttavia, se ci sono più donne, la performance è migliore;
-         i gruppi che funzionano meglio sono quelli in cui ci si critica l’un l’altro costruttivamente, si mantiene una mentalità aperta e si media di più - e questo è raro quando singoli individui intelligenti finiscono per dominare la conversazione;
-         la differenza in buona sostanza la fa il grado di sensibilità sociale, ovvero la presenza nel gruppo di persone con un alto livello di sensibilità sociale, siano esse donne o uomini. Solo che le donne nella nostra cultura sono più allenate a questa dimensione (e infatti tendono a ottenere un punteggio maggiore sulle scale di sensibilità sociale rispetto agli uomini).

Porre la questione in questi termini può essere interessante perché prenderne atto potrebbe portare sia a una rivoluzione nelle organizzazioni aziendali – includere più donne nei gruppi di lavoro -, sia a una maggiore sollecitazione nell’educazione dei bambini alla sensibilità sociale, spesso nella nostra cultura erroneamente associata a una maggiore vulnerabilità.

sabato 15 ottobre 2011

DONNE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE



Questo martedì è uscito per La Repubblica un articolo di Emanuela Stella in occasione della XIII Conferenza Internazionale sulla violenza di genere tenutasi in Campidoglio a Roma dall’11 al 13 ottobre. L’evento si tiene tenuto annualmente da Women Against Violence Europe (Wave), che coordina 4.000 centri antiviolenza in tutta Europa e che ha la sua sede centrale a Vienna, e quest’anno l'Italia è stata rappresentata dall'Associazione Nazionale D. i. Re, che coordina e gestisce 58 centri antiviolenza in Italia.

L’articolo mette in luce che “Se contro la violenza domestica il Consiglio d'Europa ha indicato la necessità di un luogo di rifugio ogni diecimila abitanti, solo 6 paesi su 44 (Norvegia, Olanda, Spagna, Slovenia, Lussemburgo, Malta) adempiono a questa richiesta. In Italia i posti disponibili sono 27mila, contro gli 80mila che sarebbero necessari, ma mancano i fondi per costituirne di nuovi”.

Un problema enorme, considerato che 2010 oltre 57 mila hanno chiesto aiuto. “Nel 2010 esistevano in tutto il mondo 2.774 centri antiviolenza coordinati dalla rete Wave: le donne che si sono rivolte a questi centri sono state 57.754, con 41.900 bambini, ma 11.460 di loro sono state respinte perché non c'era posto”, spiega l’articolo. “Rosa Logar, di WAVE Austria, racconta il caso tragico di una donna egiziana uccisa dal marito proprio il giorno in cui si era rivolta a un centro antiviolenza ed era stata rimandata a casa per carenza di posti. La violenza contro le donne è una piaga che attraversa la società e che prescinde dal livello sociale, culturale economico; le donne non sono considerate come soggetto autonomo di diritti, ma come prede, come figure a disposizione, prive di qualunque dignità”.

Condivido profondamente questa dichiarazione e secondo me questo significa che è indispensabile investire non solo in centri anti-violenza, ma anche in un’educazione globale al rispetto dei diritti delle donne e alla non-violenza. Di questo non c’è traccia alcuna nel nostro Paese, e sarebbe davvero ora che si iniziasse, magari con quei famosi 20 milioni di euro stanziati a suo tempo nell'ambito del piano nazionale antiviolenza e di cui si potrebbe fare una puntata speciale di “Chi l’ha visto?”…

Pubblico qui sotto la mappa con l’elenco dei centri antiviolenza presenti in Italia. Potete andarci di persona o fare una telefonata. Sono gratuiti e offrono aiuto e protezione alle donne e ai loro figli. Vi daranno una mano in caso di violenze, maltrattamenti, stalking e molestie. Rivolgendovi ad un centro vi permetterà anche di denunciare i vostri aggressori. Se trovate posto.



Visualizza I centri antiviolenza in Italia in una mappa di dimensioni maggiori

giovedì 13 ottobre 2011

SESSISMO: SI VA IN STAMPA




L’associazione “Donne Pensanti”, con sede a Bologna, dal 2009 si pone l’obiettivo di dare voce a chi non si riconosce “nel modello univoco e svilente di femminile proposto in Politica, dai Media e dai molti stereotipi che persistono in Italia”.

Il primo video da loro realizzato, curato da Valerie Donati, in qualità di editor e per la scelta dei materiali, e da Stefania Prestopino e Stefano Castelli al montaggio, è dedicato all’”uso del corpo femminile nella pubblicità a stampa e alla violenza suggerita dalle immagini contenute nelle campagne pubblicitarie di alcuni marchi”.

Avevo già visto molte di queste immagini, e probabilmente le avete viste anche voi, ma il video è ben fatto e pregnante, e penso che sia importante condividerlo con voi.

Su questo stesso tema poi, il gruppo di Facebook "La pubblicità sessista offende tutti", cui vi invito a unirvi, ha scritto una lettera all’Istituto dell'Autodisciplina Pubblicitaria che riporto qui di seguito:

"LETTERA COLLETTIVA ALLO IAP CON RICHIESTA DI INCONTRO PUBBLICO.

Spett. Iap,
dal febbraio scorso il nostro gruppo su Facebook La pubblicità sessista offende tutti, composto da donne e uomini, invia ogni mese al Vs. Istituto una mail per segnalare casi di pubblicità sessista. Questo tipo di pubblicità da una parte umilia la donna, riducendone la figura ai due stereotipi classici di oggetto sessuale e di casalinga, dall’altra svilisce l’uomo, che per fare da pendant, assume nel primo caso il ruolo di guardone e nel secondo di inetto.

Abbiamo riscontrato che nelle risposte da voi formulate si fa ricorso ai concetti di buon gusto, ironia e scherzo, che di fatto eludono la questione.
La nostra richiesta non è quella di censurare sporadicamente uno spot particolarmente offensivo, cosa che equivarrebbe ad accettare tutti gli altri sulla stessa falsariga, ma di ripensare il fenomeno nella sua interezza. Ciò va fatto sia a livello istituzionale che di enti privati come lo Iap, affinché tutti facciano la propria parte in vista di un obiettivo di civiltà, che preveda per l’Italia di:

1) rispettare le indicazioni dell’European Advertising Standards (EASA) di cui l’Italia fa parte.
2) allinearsi alle direttive delle risoluzioni comunitarie che nel 1997 e nel 2008 l’Italia ha sottoscritto e che invitano ad adottare “tutte le misure adeguate per eliminare gli stereotipi sulla divisione dei ruoli fra i due sessi e le pratiche derivanti da una concezione fondata sull’idea della superiorità o inferiorità di un sesso rispetto all’altro”.
3) aderire ai principi della CEDAW (Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne) sottoscritti nel 1980.

Scriviamo dunque oggi al Vs Istituto per proporre un incontro pubblico tra i vostri rappresentanti e altrettanti membri del nostro gruppo, presso la vostra sede o altro spazio da voi scelto, al fine di promuovere un dibattito e un confronto di posizioni costruttivo finalizzato al superamento delle nostre attuali posizioni di contrasto, incentrate su segnalazioni attraverso il modulo e vostre risposte.

Voi potreste rappresentare un importante tramite tra le imprese che aderiscono ai principi contenuti nel vostro Codice e le forze di opposizione alla pubblicità sessista, convinte che troppo stesso la posizione delle imprese sia più di facciata che di sostanza. Occorre giungere a una definizione e a una interpretazione comune e condivisa dei principi stessi.

Alleghiamo i link ad alcune delle iniziative di contrasto alla pubblicità sessista degli ultimi anni , delle quali sarete probabilmente a conoscenza, a testimonianza della crescita dell’esigenza di cambiamento, invitandovi a prendere atto che una nuova sensibilità sta emergendo sul fenomeno.
Il link al nostro gruppo è:
http://www.facebook.com/home.php?sk=group#!/home.php?sk=group_139046259478883&ap=1
Nel ringraziare per l’attenzione restiamo in attesa di un vostro gentile riscontro"

Se volete unire il vostro nome alla raccolta firme, ecco il link: http://www.facebook.com/home.php?sk=group_139046259478883

venerdì 7 ottobre 2011

QUANTO COSTA LA DISCRIMINAZIONE



Il Consiglio Nazionale dell’Europa e del lavoro martedì ha rilasciato uno scoraggiante quanto prevedibile comunicato stampa che riporta i risultati di una ricerca presentata al convegno della II Commissione Politiche del Lavoro e Sistemi Produttivi del Cnel. La ricerca, condotta su 10.000 lavoratori e lavoratrici italiane, è stata curata da Emiliano Rustichelli (Isfol), che esamina il caso italiano e propone policy per una effettiva parità di opportunità nel mercato del lavoro.
Ecco qui in dettaglio il comunicato stampa, in tutta la sua potenza depressogena:
“A parità di qualifica e impiego, la differenza di retribuzione tra uomini e donne in Italia si attesta tra il 10 e il 18% ed è dovuta interamente a fenomeni di discriminazione”. Dalla ricerca “emerge che il differenziale retributivo di genere misurato sul salario orario dei soli lavoratori dipendenti è pari in media a 7,2 punti percentuali.
Il gap retributivo per le lavoratrici dipendenti risulta particolarmente elevato in alcuni ambiti: tra le donne meno scolarizzate raggiunge quasi il 20% e si mantiene oltre il 15% per chi possiede la licenza media. Ne soffrono sia le giovanissime (8,3% di penalizzazione rispetto ai coetanei) che le lavoratrici adulte (12,1%), mentre è più contenuto nella fascia di età compresa tra 30 e 39 anni (3,2%).
La forbice retributiva di genere appare meno pronunciata nel Sud mentre, in termini di caratteristiche dell’occupazione, si rileva una marcata differenza di genere nelle retribuzioni medie orarie degli operai specializzati (20,6%), degli impiegati (15,6%), dei legislatori, dirigenti ed imprenditori (13,4%).
Particolarmente elevata è anche la penalizzazione delle donne impiegate in professioni non qualificate rispetto ai loro omologhi di sesso maschile (17,5%). In termini settoriali, si registra una forte differenza nelle retribuzioni medie orarie di uomini e donne impiegati nei servizi finanziari e quelli alle imprese (rispettivamente 22,4% e 26,1%), nell’Istruzione e nella Sanità (21,6%), nella manifattura (18,4%).
Per il CNEL non è più possibile sprecare una forza lavoro qualificata e potenzialmente molto produttiva come quella femminile. I fattori che generano il gender pay gap sono diversi e spesso intercorrelati: fattori culturali e stereotipi di genere favoriscono la segregazione orizzontale e verticale e divaricano il gap di partecipazione al mercato del lavoro tra uomini e donne, la mancanza di politiche di conciliazione costringe le donne a uscire dal mercato del lavoro, ne impedisce la continuità lavorativa e limita le loro opportunità di carriera. Discriminazioni inaccettabili alla luce del fatto che le donne possiedono requisiti di formazione e di esperienza analoghi se non superiori a quelli degli uomini”.

FACCIAMO PACE


Quest’anno il premio Nobel per la pace è stato assegnato a tre donne, due liberiane e una yemenita, per "la loro battaglia non violenta per la sicurezza delle donne e per i diritti delle donne a partecipare alla costruzione della pace".
Vale la pena conoscere tutte e tre, per cui ve le presento brevemente.
-         La prima è la presidente liberiana Ellen Johnson Sirleaf, la prima donna ad essere stata eletta capo di Stato in Africa e la prima donna nera in assoluto nel mondo a vincere le elezioni presidenziali. La sua formazione è articolata e internazionale: diplomata al College of West Africa, nel 1964 ha ottenuto il Bachelor of Business Administration in contabilità al Madison Business College a Madison - Wisconsin, nel 1970 ha conseguito un diploma in economia presso l'Università del Colorado, e nel 1971 il Master of Public Administration presso l'Università Harvard. «Giuro che non tradirò le vostre speranze», ha detto quando è stata eletta il 16 gennaio 2006. In effetti viene considerata la dama di ferro di Monrovia per la sua competenza e determinazione nel promuovere il processo di pace liberiano. Ha collaborato alle campagne internazionali di Emma Bonino e si è fatta potente portavoce dei diritti umani dimostrando che è possibile coniugare un’attenzione esperta all’economia e una fermezza tenace per il rispetto dei diritti del suo popolo;
-         la seconda è la militante liberiana Leymah Gbowee, leader del movimento pacifista Women of Liberia Mass Action for Peace e di altre organizzazioni. La sua battaglia non violenta ha avuto inizio nel 2002, a partire da un movimento di donne che, vestite di bianco, cantavano e pregavano per la pace. Da allora il movimento, che ha adottato anche la famosa strategia dello «sciopero del sesso», è diventato così importante da essere incluso nei negoziati di pace in Ghana. L’impegno della Gbowee si è particolarmente focalizzato sul recupero degli ex bambini-soldato dell'esercito dell’ex presidente Charles Taylor, come possiamo vedere anche dal documentario 'Pray the devil back to hell' del 2008.
-         La terza è l’attivista per i diritti civili Tawakkul Karman, che è a capo del gruppo “Women Journalists Without Chains” (“Giornaliste senza catene”) da lei creato nel 2005 «È un premio per me, ma soprattutto per tutte le donne dello Yemen», ha dichiarato alla televisione satellitare Al Arabiya, di Tawakkul Karman. Un riconoscimento particolarmente pregnante per la Karman, che lo scorso 23 gennaio era stata arrestata e accusata di promuovere manifestazioni anti-regime.
Dal 1901, data in cui si è consegnato il primo prestigioso premio Nobel per il mantenimento della pace, sono state solo 15 le donne che lo hanno ricevuto:
-         2011: Ellen Johnson Sirleaf et Leymah Gbowee (Liberia), e Tawakkol Karman (Yemen);
-         2004: Wangari Maathai (Kenya);
-         2003: Shirin Ebadi (Iran);
-         1997: Jody Williams (Usa);
-         1992: Rigoberta Menchu Tum (Guatemala);
-         1991: Aung San Suu Kyi (Birmania);
-         1982: Alva Myrdal (Svezia);
-         1979: Madre Teresa (Indoa);
-         1976: Mairead Corrigan e Betty Williams (Gran Bretagna);
-         1946: Emily Greene Balch (Usa);
-         1931: Jane Addams (Usa);
-         1905: Bertha von Suttner (Austria)

giovedì 6 ottobre 2011

C'È CHI DICE NO

Forse lo avrete notato: in Facebook non è prevista l’opzione per segnalare contenuti sessualmente violenti, nemmeno sotto la categoria “hate speech” (commenti ogruppi razzisti, omofobi, etc.). E così, come evidenziato da una recente campagna di sensibilizzazione, gruppi sessisti che promuovono la violenza sulle donne possono fiorire indisturbati. Si pensi al gruppo http://www.facebook.com/#!/pages/You-know-shes-playing-hard-to-get-when-your-chasing-her-down-an-alleyway/227051983998683?sk=wall – ovvero “Lo sai che sta solo facendo la preziosa quando la insegui in un vicolo”.
Sappiamo che in passato Facebook ha fatto in modo che venissero rimosse delle immagini che ritraevano donne che allattavano: possibile che siano considerate più offensive di gruppi che di fatto contribuiscono a creare un clima di minaccia all’integrità di tutte le donne?
Se anche voi volete dire a Facebook che gruppi di questo genere non possono essere considerati una forma legittima e accettabile di intrattenimento, fate sentire la vostra voce.
Petizione:
Noi sottoscritti crediamo fermamente che Facebook debba includere un’opzione che consenta di segnalare le pagine e i commenti che condonano la violenza sessuale e di rimuovere i gruppi che violano i Termini e le condizioni di uso degli utenti Facebook (Sezione 3: Sicurezza, punto 7), che specifica che non sono ammessi commenti di odio o minaccia.
Permettere a questi gruppi di adunarsi serve solo a normalizzare la cultura dello stupro e l’alta frequenza delle violenze sessuali nella nostra società.

domenica 2 ottobre 2011

RICK PERRY E LE DONNE


Uno dei principali candidati alla corsa per la Casa Bianca nelle elezioni del 2012 in casa repubblicana è l’ex governatore del Texas, Rick Perry. Perry è stato più volte descritto come una sorta di George W. Bush sotto steroidi. E pensare che all’epoca pensavo non si potesse fare peggio di Bush… Ingenuità di gioventù…

Vi spiego quello che mi preoccupa nel caso in cui Perry diventasse il quarantacinquesimo presidente USA. O meglio, mi soffermo qui su una piccola parte di ciò che mi inorridisce, quella che riguarda il futuro delle donne.

In qualità di governatore, Perry ha adottato una politica ferocemente antiabortista, arrivando ad appoggiare un emendamento della Costituzione che renda l’IVG illegale e approvando una legge che costringe le donne che intendono abortire a sottoporsi a un’ecografia nelle 72 - 24 ore che precedono l’intervento in modo che tutte, senza eccezioni, vedano il feto e ne ascoltino il battito cardiaco. Pazienza che questo comporti un maggiore trauma per le donne e non sia un efficace metodo di prevenzione dell'aborto. Questi sono dettagli per Perry.

Ehi, ma... Aspetta! Io lo conosco un buon modo efficace per diminuire il numero degli aborti! Una migliore consapevolezza e competenza sui metodi contraccettivi! Perry la appoggerà di sicuro, visto quanto tiene a questo tema, no?
No. Perry ha tagliato di due terzi i fondi per la pianificazione della procreazione e si è schierato contro qualunque forma di educazione sessuale che non sia l'esclusiva promozione dell’astinenza. Peccato che il Texas sia al terzo posto tra gli Stati americani con il più alto tasso di nascite, e che una ricerca del 2005 abbia evidenziato che gli adolescenti texani facevano più sesso dopo aver frequentato programmi esclusivamente centrati sull’astinenza. Ma, di nuovo, per Perry questi sono dettagli.

Naturalmente, una volta nati, i bambini non sono più affar suo pare, visto che il Texas ha il primato di essere lo Stato americano con più bambini privi di assicurazione sulla salute, con più adulti senza un diploma e con lavori con un salario minimo.

Perché ci interessa? Perché l’Italia guarda all’America da sempre, e la nostra cultura è altamente esposta alla loro. Una virata nella sensibilità ai diritti delle donne contribuisce a spostare l’asse del dibattito mettendo a repentaglio le conquiste faticose e fondamentali che abbiamo fatto finora.