mercoledì 25 aprile 2012

LIBERAZIONE FEMMINILE



Oggi è la festa della liberazione, e siamo tutti cresciuti conoscendo le storie dei partigiani, leggendo romanzi che raccontavano delle loro gesta, studiandole nei libri di storia, ascoltandole raccontare a volte dal vivo. Sono storie importanti per la nostra identità di italiani.

Come succede regolarmente però, non si fa quasi menzione del ruolo delle donne nella liberazione d’Italia. Dov’erano le donne? Che cosa facevano?

La partigiana Ada Gobetti ha dichiarato: “Nella Resistenza la donna fu presente ovunque: sul campo di battaglia, come sul luogo di lavoro, nel chiuso della prigione come nella piazza o nell’intimità della casa. Non vi fu attività, lotta, organizzazione, collaborazione a cui ella non partecipasse. Come una spola in continuo movimento costruiva e teneva insieme, muovendo instancabile, il tessuto sotterraneo della guerra partigiana”.

Ecco i numeri di questo tessuto sotterraneo:
- Partigiane: 35.000
- Patriote: 20.000
- Gruppi di difesa: 70.000 iscritte
- Arrestate, torturate: 4.653
- Deportate: 2.750
- Commissarie di guerra: 512
- Medaglie d'oro: 16
- Medaglie d'argento: 17
- Fucilate o cadute in combattimento: 2.900

Quest’anno, nel celebrare la liberazione, ricordiamoci anche di loro.

domenica 22 aprile 2012

AUGURI A RITA LEVI MONTALCINI: 103 DI QUESTI GIORNI!


Oggi Rita Levi Montalcini compie 103 anni. Desidero celebrarla perché rappresenta un'altra faccia del femminile italiano: neurologa, senatrice, Premio Nobel per la medicina (ottenuto nel 1986), ha fatto scelte controcorrente, rinunciando ad esempio a sposarsi e a diventare madre per dedicarsi al lavoro (scelta che fanno in molte oggi, ma all'epoca decisamente più coraggiosa) e partecipando al Movimento di Liberazione Femminile nella lotta per la regolamentazione dell'aborto.

A "Che tempo che fa", in un episodio girato in occasione della presentazione del libro "La clessidra della vita" di cui vedete il filmato qui sotto, ha dichiarato di essere cresciuta in "un mondo vittoriano, nel quale dominava la figura maschile e la donna aveva poche possibilità", e di averne "risentito, poiché sapevo che le nostre capacità mentali - uomo e donna - son le stesse: abbiamo uguali possibilità e differente approccio".


Il contributo di questa scienziata conferma, se ce ne fosse bisogno, la parità di ricchezza intellettuale uomo-donna, parità spesso soffocata dalla diseguaglianza sociale, che costituisce quindi una perdita non solo per le donne, ma per tutta l'umanità.


giovedì 19 aprile 2012

LA MAFIA E LE DONNE



Il sito Zero violenza sulle donne ha presentato un dossier curato dall'Associazione Romana Antimafie e in particolare dall'Associazione daSud per raccogliere le testimonianze delle donne che dal 1986 a oggi sono state vittime di delitti d'onore della criminalità organizzata. Sono più di 150, ci dice il documento, presentate in ordine cronologico. Il titolo, molto bello, secondo me, è "Sdisonorate - Le mafie uccidono le donne". 

In un agghiacciante ma necessario articolo di Claudia Campese per CTzen dal titolo "Uccidere le donne porta l'equilibrio", si legge che Campania, Calabria e Sicilia sarebbero le regioni in cui questi delitti sono più frequenti: "All'inizio si dice sempre che è stata una questione di donne perché è ancora culturalmente più accettato rispetto a un omicidio di mafia. E, soprattutto, fa meno parlare". 

Anche più grave se si pensa che spesso sono proprio le donne a tramandare il codice mafioso, e questo rende ancora più necessario raccogliere la denuncia di questo coraggioso documento per impostare un lavoro di cultura femminile in tutta Italia. 



mercoledì 11 aprile 2012

SESSO IN PRIMA PAGINA


L’11 agosto 2011 il Science Daily ha riportato la notizia che una recente ricerca sociologica dell’Università di Buffalo ha verificato che negli ultimi decenni la rappresentazione delle donne nei media si è progressivamente sessualizzata, mentre non è avvenuto altrettanto nella rappresentazione degli uomini.
La ricerca, che è uscita già nel numero di settembre 2011 della rivista scientifica Sexuality & Culture, è stata condotta dalle ricercatrici universitarie Erin Hatton e Mary Nell Trautner attraverso l’analisi delle copertine della rivista Rolling Stone dal 1967 al 2009. Le ricercatrici spiegano che hanno optato per Rolling stone per la sua ampia tiratura, stabilizzatasi da decenni come punto di riferimento nella cultura pop,  e perché non affronta specificatamente questioni relative alla sessualità, ma parla di musica, politica, film, TV, attualità, e quindi è una sorta di finestra sul modo in cui maschi e femmine vengono rappresentati nella cultura pop.
Le autrici hanno sviluppato una “scala di sessualizzazione” per analizzare le copertine, in modo da poter attribuire un punteggio che quantificasse la sessualizzazione (se ad esempio l’immagine mostrava labbra socchiuse e mostrava la lingua, se ritraeva persone nude, se utilizzava in linguaggio esplicitamente sessuale, etc.) e hanno identificato tre categorie di immagini: a) prevalentemente non sessualizzate (punteggio 0-4); b) sessualizzate (punteggio 5-10); c) iper-sessualizzate (punteggio 11-23)
Ecco in dettaglio i risultati: negli ultimi 40 anni, le immagini sessualizzate degli uomini sono passate dall’11% al 17% (con un incremento del 55%), con il 2% delle rappresentazioni iper-sessualizzate; le immagini sessualizzate delle donne sono passate dal 44% all’83% (con un incremento dell’89%), con il 61% delle rappresentazioni iper-sessualizzate. Per rendere l’idea graficamente:

Le ricercatrici così commentano i risultati: “Non pensiamo che sia un problema rappresentare le donne in modo sexy. Pensiamo però che sia un problema che quasi tutte le immagini di donne le rappresentino non solo come “donne sexy”, ma come oggetti passivi del piacere sessuale di un altro”.
Le conseguenze negative di questo trend sono molte e profonde, sia per gli uomini che per le donne: “La rappresentazione sessualizzata delle donne legittima ed esacerba la violenza contro donne e bambine, le molestie e gli atteggiamenti misogini di uomini e bambini”, spiegano le autrici nell’articolo del Science Daily: “Immagini del genere portano anche a una maggiore insoddisfazione verso il proprio corpo e/o problematiche alimentari nelle donne, nelle bambine e anche negli uomini; si è visto inoltre che portano a una diminuzione dell’appagamento sessuale sia negli uomini che nelle donne”, concludono.
Però vendono meglio, per cui, chiamatemi cinica o pessimista, ma non mi aspetto che le cose stiano per cambiare, se non in peggio.

mercoledì 28 marzo 2012

THE FEMINIST GAMES



Di solito non leggo libri YA, ovvero libri dedicati a un pubblico di giovani adulti. Di The Hunger games, la trilogia di Suzanne Collins, avevo però sentito parlare così tanto e così bene che mi sono incuriosita e lo ho letto. Ora esce anche il film, e quindi ho pensato di parlarvene brevemente, in particolare rispetto all’immagine della donna che emerge da queste pagine.
Il romanzo racconta di un futuro distopico in cui gli Stati Uniti sono stati divisi in 12 distretti più la capitale. In questo mondo post-apocalittico, vengono organizzati annualmente gli Hunger game, ovvero un reality show che intrattiene il pubblico di Capitol City in una lotta all’ultimo sangue tra ragazzi e ragazze tra i 12 e i 18 anni: i “tributi”, come vengono chiamati, vengono sorteggiati da ognuno dei Distretti per combattere uccidendosi l’un l’altro fino alla sopravvivenza di uno solo.
La protagonista è Katniss Everdeen, del Distretto 12, e all’inizio del romanzo, essendo sorteggiata sua sorella minore, decide coraggiosamente di offrirsi come volontaria per salvarle la vita. Da qui cominciano le sue avventure e il lettore le affronta con lei in un susseguirsi avvincente ed emozionante di eventi che coinvolge anche chi come me, ammettiamolo, nella categoria dei “giovani adulti” non è più da un pezzo.
Il romanzo ha spopolato tra lettori giovani e tra lettori adulti, tra maschi e femmine. Anzi, pare che lo straordinario successo che sta avendo la trasposizione cinematografica di questa trilogia stia proprio nel fatto che appassiona in egual misura un pubblico maschile e un pubblico femminile.
Io personalmente non potrei esserne più contenta, perché dalle pagine del libro (al momento il film non lo ho ancora visto, anche se intendo guardarlo) emerge un’immagine femminile forte, coraggiosa, altruista, simpatica, positiva, capace di slanci di amicizia sia al maschile che al femminile, competente, brillante, intelligente…
Insomma, pensate a Bella della saga Twilight e qui troverete l’esatto opposto di quell’orribile archetipo di donna passiva, imbranata, incapace e indifesa cui interessano solo i ragazzi. Katniss si prende cura della sua famiglia, è capace di sentimenti anche romantici, ma la sua vita non comincia e finisce nello sguardo di un ragazzo: sa badare a se stessa con determinazione senza essere machista, è volitiva, generosa senza diventare una vittima, capace senza essere supponente, una vera eroina contemporanea in cui le ragazze possono rispecchiarsi e in cui anche i ragazzi riescono a immedesimarsi.
Insomma, adolescenti di tutto il mondo si sono riconosciuti nelle battaglie quotidiane dei protagonisti, in questa arena in cui a ogni passo tutto può andare perduto, in cui il gioco sociale, che è di fronte agli occhi e ai commenti di tutti, può essere perso definitivamente, o ci si può perdere definitivamente per uscirne vincitori. Katniss in questo è un modello di cui tutte le donne possono andare fiere, perché propone una possibilità di identificazione realmente alternativo che potrebbe segnare una generazione. Io, francamente, lo spero. 

giovedì 22 marzo 2012

PETA: SFRUTTIAMO LE DONNE, NON GLI ANIMALI


La People for the Ethical Treatment of Animals (PETA) si occupa della nobile causa di promuovere il trattamento etico degli animali. Come non essere d’accordo?

Possibilissimo: recentemente la PETA ha dato il via a una nuova iniziativa, chiamata PETA.XXX. Come si può cogliere facilmente dal nome, si tratta di un sito porno che conterrà foto di celebrità nude ma anche di abuso di animali. A parte il fatto che associare la crudeltà sugli animali all’eccitazione erotica non mi sembra una gran bella idea, concordo con Ashley-Michelle Papon che ha giustamente dichiarato: il messaggio è sempre lo stesso - “Sfrutta e strumentalizza le donne, non gli animali”.

Non che sia una strategia nuova (basti ricordare la campagna Salviamo le balene o quelle che puntano sull’insicurezza che le donne nutrono nei confronti del proprio corpo). Eppure è lo stesso sito di PETA che sottolinea in un lungo articolo la correlazione tra le condotte di abuso sugli animali e di violenza sugli umani, per cui uno si aspetta che si rendano conto che sebbene sfruttare il corpo delle donne funzioni ahimè sempre per attirare l’attenzione, promuovere la misoginia non può essere la strada giusta. Citando ancora una volta Ashley-Michelle Papon, “Perché ci sia un reale cambiamento, è necessario che PETA smetta di oggettivare le donne trattandole come se fossero, letteralmente, dei pezzi di carne”.

giovedì 15 marzo 2012

QUASI PERFETTA


Qualche tempo fa, sul sito Adios Barbie ho trovato un articolo molto interessante di Melanie Klein. Lo riporto qui nella sua interezza, tradotto in italiano.
“ “Senti, ti ho sposato in un certo modo! Mi piacciono le donne che hanno un certo aspetto! È mio diritto preferire donne con un certo aspetto e non dovrei essere costretto a passare il resto della mia vita infelice”, ha esclamato Brad.
Così il marito della mia amica Jasmine ha reagito al suo rifiuto categorico di “farsene un altro paio” meno di due mesi dopo che era stata costretta a rimuovere le protesi che le erano quasi costate la vita. Jasmine ha dovuto affrontare per quasi un decennio numerose complicazioni nel suo stato di salute, complicazioni che i medici occidentali le dicevano non avere niente a che fare con le protesi al silicone.
Brad sembrava diverso dal suo fidanzato precedente, ed è per questo che Jasmine lo aveva sposato. Sembrava aperto, gentile, indulgente, delicato, accudente capace di accettazione. Quando le erano spuntati dei capelli grigi nella seconda metà dei suoi 20 anni, l’aveva spinta a non strapparli dicendole che amava i suoi “capelli della saggezza”.
Tim, il suo ragazzo di dieci anni prima, le aveva detto che era perfetta, “la ragazza dei suoi sogni”. Beh, quasi. Era la ragazza dei suoi sogni tranne che per il suo seno, che era troppo piccolo, e sarebbe stata perfetta se lo avesse avuto più grande. Anzi, l’avrebbe sposata se avesse preso in considerazione un intervento chirurgico per ingrandirlo. Nel giro di una settimana Jasmine, che nel 1990 aveva 18 anni, si è trovata sotto i ferri. Quando si è svegliata, le protesi statiche e senza vita di silicone nel suo petto erano molto più grandi di quanto avesse concordato nella consultazione iniziale. La consultazione che era avvenuta a pochi giorni di distanza dal suo consenso ancora solo mezzo convinto a prenderle in considerazione.
Complessivamente Jasmine era piccolina e naturalmente bella, secondo gli standard di oggi. Ora incarnava la ragazza dei poster sul retro dei camion. La versione di Tim della moglie perfetta. Come promesso, si sono fidanzati presto e Tim, che aveva 25 anni ed era il “figo” della città, la mostrava in giro come un trofeo – finché Jasmine ha avuto il coraggio di lasciarlo per i suoi abusi emotivi e il suo iper-controllo.
Ho incontrato Jasmine qualche anno dopo l’intervento plastico e siamo diventate amiche strette. Nel corso di numerose conversazioni intime si è confidata con me a proposito delle sue protesi al seno e di Tim, dei suoi problemi con l’immagine che aveva del proprio corpo e della sua mancanza di fiducia negli uomini. Queste conversazioni erano profondamente tristi e contrassegnate da un’intensa insicurezza e rammarico. Con i suoi occhi abbaglianti e il suo “corpo da porno star”, Jasmine attirava un sacco l’attenzione maschile, e cercava di deviarla o di evitarla vestendosi in modi che mettessero meno in evidenza la sua figura.
Ero una delle poche persone che sapeva quanto la mettesse a disagio l’attenzione che riceveva e quanto desiderasse riavere il suo corpo. Poco dopo aver lasciato Tim, ha cominciato a informarsi sulla rimozione delle protesi. I medici uomini le dicevano sempre che ne sarebbe uscita “sfigurata” e che non c’era nessun valido motivo per farlo. Questo finché le protesi non hanno cominciato a rompersi dentro di lei e a distruggere il suo sistema immunitario.
Quando ha cominciato a notare la fragilità dei suoi suoi capelli e il suo malessere complessivo, Jasmine era diventata una femminista brillante e tagliente con una propensione per la medicina e per modalità di guarigione olistiche alternative. Otto anni dopo il primo intervento, quattro anni dopo aver trovato la sua voce femminista, e due anni dopo aver trovato massicce quantità di capelli sui suoi vestiti e sui mobili, Jasmine è caduta dalla mountain bike e il petto le si è schiacciato sul manubrio.
Ha sentito uno strappo udibile e ha capito subito che si era rotta una delle protesi. È andata dal dottore che però ha minimizzato, così come hanno fatto i medici successivi. La squalificavano come irrazionale, iper-emotiva e matta. L’anno seguente ha sposato Brad e pochi mesi dopo i sintomi di questa “matta” sono aumentati.
Le ricerche hanno mostrato che le protesi al silicone di 10-15 anni si rompono dal 50% al 60% delle volte; uno studio mostra un fallimento del 6% all’anno per i primi 5 anni, del 50% a dieci anni e del 70% a 17 anni. In uno studio, nel 21% delle donne a seguito della rottura di una protesi il gel al silicone è fuoriuscito dalle capsule fibrose del tessuto delle cicatrici che circondano l’impianto. Questi studi hanno utilizzato la risonanza magnetica, che è sensibile dal 74% al 94% e specifico dall’85% al 98% nell’individuazione delle rotture delle protesi.
Nel corso dell’anno successivo:
  • I suoi capelli sono diventati così fragili che le cadevano a ciuffi, lasciando aree calve sullo scalpo;
  • Il suo viso è diventato perennemente gonfio;
  • Ha sviluppato una larga acne cistica nei linfonodi di ascelle, collo, mandibola e ai lati delle guance;
  • Il tratto digestivo si è paralizzato e ha smesso di funzionare del tutto. Non le è stato possibile defecare per un mese. Ci sono volute tre settimane di trattamenti colonici quotidiani per rimuovere la materia fecale che si era compattata;
  • Ha iniziato a sviluppare cisti, che sono diventate tumori intorno ai capezzoli e sul seno.
La maggior parte dei medici occidentali hanno ritenuto che questi sintomi fossero separati, e hanno liquidavano le sue preoccupazioni ancora una volta come deliri paranoici di una prima donna eccessivamente sensibile. Jasmine si è dovuta diagnosticare da sola attraverso la sua ricerca sugli protesi di silicone ricoperte di poliuretano della Dow Corning e curarsi (tenersi in vita) come poteva cercando metodi alternativi di cura. La sua ricerca ha confermato la fonte del decadimento della sua salute a mano a mano che sempre più donne hanno cominciato a parlare pubblicamente di questo problema e i prodotti della Dow Corning sono stati sottoposti ad accertamenti.
Nonostante la lista di problemi di salute di Jasmine si allungasse, molti dottori la avevano incoraggiata a tenersi le protesi proprio perché la Dow Corning stava subendo pressioni affinché togliesse le proprie protesi dal mercato. Il loro ragionamento? Le protesi al silicone sono migliori al tatto delle protesi saline, per cui se avesse voluto togliere quelle al silicone e passere a quelle saline si sarebbe vista e sentita meno desiderabile.
Alla fine ha trovato un medico che non solo ha acconsentito a rimuovere le protesi, ma le ha detto che se non lo avesse fatto non avrebbe visto il suo prossimo compleanno. Dopo lunghe discussioni con suo marito, con sua madre e con me, ha fissato l’appuntamento per rimuoverle. Mi sono presa una settimana di ferie, ho preso in prestito dei soldi da un amico e ho volato per 5 ore per starle vicino.
Poco dopo la rimozione delle protesi, Jasmine ha recuperato la sua chiarezza mentale, ha cominciato a sentirsi meno a pezzi, il suo corpo si è fatto più forte, e ha sentito un complessivo sollievo. Ed è allora che Brad ha fatto cadere la bomba.
“Quando pensi che sarai pronta a rimpiazzarle con delle protesi saline?”
A questo punto, le protesi al silicone della Dow Corning erano state tolte dal mercato (per essere poi re-introdotte nel 2006, una decisione che è stata valutata “sensata” appena pochi giorni fa). Jasmine ha chiarito che non aveva intenzione di rimpiazzarle. Ha ricordato a Brad che la aveva appoggiata nella sua decisione di rimuoverle e che aveva giurato di amarla in salute e malattia. È allora che ha risposto citando il suo diritto di stare con una donna dal seno grande, come quella che aveva sposato all’inizio. Il senso di rifiuto e la paura di Jasmine si sono confermati quando hanno divorziato un anno dopo, a seguito del tradimento di Brad con una procace hostess al lavoro. Era mortificata e depressa.
Non solo il suo matrimonio era fallito, ha cominciato a notare una diminuzione nel livello di attenzione che le prestavano gli uomini – attenzione che si allontanava da lei in favore di donne più giovani con un seno più procace. Nonostante la pressione iniziale a farsi operare, il suo rimpianto di averlo fatto e il rischio che ha comportato alla sua vita, mi ha confidato che in diverse occasioni ha preso in considerazione l’idea di rifarsi operare.
La storia di Jasmine rivela molte cose. Per prima cosa, la più importante, dimostra l’incredibile pressione a cui ragazze e donne sono sottoposte a incarnare un ideale di bellezza irrealistico e pericoloso. Mette anche in luce i rischi alla salute mentale ed emozionale e i rischi incredibili e dolorosi che le donne sono disposte ad affrontare per incarnare quell’ideale di perfezione. Perché alla fine, come dice Bell Hooks in Communion: The Female Search for Love, essere belle vuol dire essere amate. Bambine e donne capiscono fin dalla più tenera età che sono giudicate primariamente dal loro aspetto e che se possiamo raggiungere questo ideale oppressivo di bellezza, saremo gratificate. Con le parole di Hooks, le bambine e le donne aspirano “a rifarsi, a diventare degne d’amore”.
Come sempre più donne, Jasmine è diventata consapevole delle conseguenze dannose causate dal perseguimento di un singolo ideale sociale di bellezza. La sua consapevolezza è stata acuita dalla sua esperienza personale così come dalla sua consapevolezza femminista, informata dai continui sforzi del movimento femminista. Ma, come puntualizza Hooks, la consapevolezza non è sufficiente.
Per risolvere il problema dell’odio di noi stesse, dobbiamo criticare la mentalità sessista, opporre una resistenza militante, e allo stesso tempo creare nuovi modi di vedere noi stesse”.

mercoledì 7 marzo 2012

QUANTE STRADE DELLA VOSTRA CITTÀ SONO INTITOLATE A DONNE?



Qualche giorno fa ho letto un articolo di Corinna De Cesare da Il corriere della sera nel quale si segnalava una sorta di sfida lanciata nella rete da un’insegnate di geografia, Maria Pia Ercolini. La sfida chiedeva: “Quante strade della vostra città sono intitolate a donne?”. Provate a pensare alla vostra città: quante ve ne vengono in mente?

…Difficile, vero?

Ebbene, la dr.ssa Ercolini stava lavorando per realizzare alcune guide turistiche e si è resa conto che, sebbene fosse di Roma (e quindi non proprio un paesino in periferia), le vie intitolate a donne ammontavano a meno del 5%: «E se escludiamo i nomi che appartengono alla sfera religiosa, la percentuale scende ancora», specifica.

La professoressa, che insegna all’Istituto Giulio Verne, non si è fermata all’amara constatazione però: ha aperto un gruppo su Facebook chiamato Toponomastica femminile per estendere l’indagine a tutto il territorio nazionale. Al momento conta 1720 membri ed esiterà in un  convegno che si terrà in autunno in collaborazione con le università romane.

Che cosa ci rivela questa iniziativa? Che, ad esempio, a Trieste su 1475 strade, quelle intitolate alle donne, escluse sante, madonne, località e famiglie, sono 4. A Bari il rapporto è: 873 strade intitolate a uomini – 57 a donne. A Torino solo 50 su 2250, vie, corsi, piazze, giardini e parchi compresi. «Sono tutti dati ancora da verificare», spiega, «ma in genere la media nazionale che abbiamo raccolto è sotto il 5%». Una vera e propria «misoginia ambientale», insomma.

Sulla scorta di queste osservazioni è nata la campagna “3 donne 3 strade” che parte oggi 8 marzo, giorno della festa della donna. Funziona così: oggi siamo tutti invitati, uomini e donne, a mandare una richiesta alle amministrazioni comunali per dedicare le prossime tre titolazioni di strade a importanti figure di donne locali, nazionali e di livello internazionale.

Secondo me è un’iniziativa lodevole e importante, perché la città è anche nostra, e il nostro contributo va riconosciuto: facciamoci strada!

giovedì 1 marzo 2012

LA VIOLENZA DI GENERE IN UNIVERSITÀ


Qualche tempo fa ho letto su Vita di donna gli esiti della ricerca europea condotta da Roberta Bisi, docente di Sociologia giuridica a Scienze Politiche, insieme alla docente di criminologia Raffaella Setti dal titolo "Gender-based violence, stalking and fear of crime" (“Violenza di genere, stalking e paura del crimine”). Il Centro interdipartimentale di ricerca sulla vittimologia e sulla sicurezza (Cirvis) dell'Università di Bologna ha coinvolto le studentesse dell’ateneo chiedendo loro di compilare un questionario in forma anonima su questo tema.

Ebbene, su un totale di 3.531 ragazze, 1.937 hanno risposto affermativamente alla domanda: "Hai subito almeno un episodio di stalking, molestia o violenza sessuale nel corso della tua vita universitaria?". Millenovecentotrentasette (164 violenze sessuali, 662 stalking). Ovvero il 78%. Questo significa che praticamente 8 studentesse su 10 hanno subito nel corso del proprio percorso di studi almeno un episodio del genere.
In stragrande maggioranza si tratta di persone che le ragazze già conoscono, in prevalenza di ex partner che si rifiutano di accettare una separazione:



La docente di criminologia Raffaella Setti ha dichiarato in un’intervista che le studentesse ritengono che il numero di casi sia così elevato perché viviamo in un clima complessivo che discrimina le donne e le ritiene inferiori, non degne di rispetto. A questo si aggiunge il bassissimo livello di diffusione delle informazioni relative alle risorse che le ragazze possono attivare a propria tutela e confermano quanto sia difficile confessare a qualcuno la violenza sessuale subita.

giovedì 23 febbraio 2012

SESSO A SCUOLA: LUI SOSPESO 1 GIORNO, LEI 4


 

Sabato scorso ho letto sul sito del La Repubblica un articolo, che probabilmente avete letto anche voi, a proposito di quanto accaduto ai due quindicenni sospesi dall’Istituto di Ragioneria “Einaudi” di Bassano del Grappa perché sorpresi ad avere rapporti sessuali nel bagno della scuola.

 

Sospensione, quindi – OK. Opinabile, ma si può capire. Solo che c’è una piccola differenza. Sì, perché al ragazzo è stato dato un solo giorno di sospensione, e alla ragazza ben quattro. Ufficialmente il preside ha dichiarato che i tre giorni di differenza erano dovuti al fatto che la ragazza si trovava nel bagno dei maschi, e quindi l’infrazione era doppia (e fin qui i giorni sarebbero dovuti essere due semmai, no?). Si vocifera che a questo si sia aggiunta la considerazione che la ragazza andava male a scuola e aveva una cattiva condotta. Non so voi, ma a me sa tanto di scusa: quasi sento in sottofondo lo stridio delle unghie che grattano sul vetro.

 

L’articolo di Repubblica riporta commenti diversi. Per il coordinatore nazionale dell'Unione Universitari (Udu), Michele Orezzi, "Sarebbe stato meglio 'mettere in riga i due ragazzi con un semplice rimprovero", anziché con la sospensione. 

 

La coordinatrice della rete degli Studenti, Sofia Sabatino, ha sottolineato che forse l’intervento migliore non è quello imbastito sull’urgenza, ma maturato con un percorso di formazione anche scolastica sui temi della sessualità. E aggiunge: “Non è comprensibile una punizione diversa ai due adolescenti sorpresi in bagno a fare sesso: entrambi erano consci di quello che facevano e andavano puniti alla stessa maniera".

 

Anche Chiara Moroni, responsabile nazionale delle donne di Fli, condivide: " «Una vera e propria discriminazione legata a una cultura maschilista che non possiamo accettare e che la scuola ha il dovere di combattere e non di alimentare. Come parlamentare e come donna sono indignata: arrivare a giustificare tre giorni di punizione in più con l'ingresso nel bagno dei maschi equivale a dire che entrare nei servizi riservati all'altro sesso è un atto più grave del rapporto sessuale stesso consumato all'interno di un istituto scolastico, per il quale un giorno di sospensione al ragazzo è stato ritenuto sufficiente". 

 

Silvio Viale, presidente dei Radicali, conclude definendo l’episodio come un "trattamento disparitario che sembra assolutamente non tollerabile" e richiama a una maggiore responsabilità delle scuole rispetto alla sessualità: “Forse a quindici anni è già tardi per recuperare l’assenza di progetti informativi nelle età inferiori, ma la disparità di trattamento rischia solo di alimentare atteggiamenti macisti e misogini. Forse si dovrebbe sospendere il preside e il preside farebbe bene a sospendere se stesso”, ha concluso provocatoriamente. 

 



giovedì 16 febbraio 2012

LE DONNE PARLANO TROPPO?


Recentemente è stata pubblicata la notizia di una nuova ricerca dell’Università del Missouri dal titolo “How Girls and Boys Expect Disclosure About Problems Will Make Them Feel: Implications for Friendships” (“In che modo i bambini e le bambine si aspettano di sentirsi quando parlano di un problema: implicazioni sull’amicizia”). Amanda J. Rose, professoressa associata di scienze psicologiche presso l’Università delle arti e delle scienze del Missouri, e i suoi colleghi hanno condotto quattro diverse ricerche sottoponendo a sondaggi e osservazioni circa 2.000 bambini e adolescenti.

Il risultato, come spiegato nel comunicato stampa, è questo: “Per anni gli psicologi hanno insistito nel dire che i ragazzi e gli uomini desidererebbero parlare di più dei propri problemi, ma si trattengono per timore di rendersi ridicoli o di apparire deboli”, ha dichiarato. “Tuttavia, quando abbiamo chiesto loro come si aspettavano di sentirsi dopo aver parlato dei propri problemi, i ragazzi non hanno mostrato una maggiore angoscia o ansia rispetto alle ragazze. Le loro risposte suggeriscono piuttosto che la considerano un’attività inutile” alla risoluzione del problema, una perdita di tempo che non solo non dà conforto, ma li farebbe sentire “strani”. Al contrario, le bambine si aspettano di sentirsi capite, supportate, meno sole.

Rose e i suoi colleghi, riflettendo sui risultati, concludono: “Questo significa che i genitori dovrebbero incoraggiare i figli ad adottare una via di mezzo nel discutere i problemi. Sarebbe utile spiegare ai bambini che, almeno per alcuni problemi, parlarne non è una perdita di tempo. […] Al tempo stesso le bambine dovrebbero sapere che parlare dei problemi non è il solo mezzo a loro disposizione per affrontarli”.

La ricerca verrà pubblicata nel prossimo numero della rivista scientifica Child Development.
Nel frattempo però se ne è parlato sui giornali. Come?
“Le bambine rischiano di parlare troppo” ha titolato il giornale inglese “The Telegraph”; “Casalinghe, tappatevi quella bocca!”, titola invece il Philadelphia.

Eh? Ma che comunicato stampa avete letto? Dove è scritto che le bambine parlano troppo? E dov’è la parte sui bambini? Svanita. Al posto, si è preferito adottare la prospettiva dell’antico stereotipo delle donne che cianciano incessantemente e fastidiosamente, che danno noia e fanno perdere tempo, mentre gli uomini non parlano dei problemi – li risolvono. Non solo: si è adottata questa prospettiva e la si è spacciata per l’esito di una ricerca scientifica! Una delle conclusioni è che sarebbe utile che i maschi capissero che parlare dei problemi può essere utile? Dettagli. Quello che è importante è che le donne parlano troppo, e dovrebbero stare zitte.
Forse a volte, come suggerisce Sarah Ditum in The Guardian, non sono le bambine a dover imparare a stare zitte, ma i giornalisti.

lunedì 6 febbraio 2012

GIORNATA MONDIALE CONTRO LE MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI

Oggi, in occasione della giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili, condivido con voi un articolo di Valeria Pini pubblicato su Repubblica a proposto di questo tema.

"QUASI 8.000 BIMBE A RISCHIO IN ITALIA

Dentro i nostri condomini, nelle nostre città. Ci sono cose che sembrano lontane, ma che accadono a volte a pochi metri dalle nostre vite. Nella giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili arrivano i dati sul fenomeno nel nostro paese. Il dossier dell'Albero della vita 1traccia un quadro allarmante: nel nostro paese sono a rischio 93.000 donne e fra loro più di 7.700 bambine. La maggior parte di loro è costretta a subire il taglio quando non ha ancora compiuto 10 anni. A volte le vittime hanno solo tre anni.


La misura del fenomeno.
Ogni anno nel mondo 140 milioni di donne sono sottoposte a questa pratica. Da tempo associazioni e governi hanno lanciato campagne contro l'infibulazione, ma ben poco si sa sulla diffusione del fenomeno in Europa. Il rapporto "Il diritto di essere bambine", realizzato dal progetto dedicato ai bambini l'Albero della Vita, in collaborazione con l'Associazione interculturale Nostras, pone di nuovo attenzione sull'argomento. Per fotografare il fenomeno i ricercatori hanno preso in esame i 25.203 bambine, provenienti da paesi a rischio, che vivono in Italia. Si scopre che l'usanza, diffusa soprattutto nel Corno d'Africa, è presente anche fra le immigrate.

Un dramma nascosto.
È un dramma nascosto quello delle donne immigrate vittime di infibulazione.  Anche se in Italia la legge vieta questa pratica (legge n.7 del 2006), la situazione è sempre più preoccupante. Spesso sono le stesse mamme a imporre alle figlie il taglio. A volte si aspetta l'occasione di un viaggio nel paese d'origine e le bimbe vengono affidate alle mani di nonne o zie. Nel nostro Paese ci sono ancora medici e le anziane delle comunità che, a pagamento, praticano l'infibulazione. Medici e infermieri se ne accorgono solo quando le donne vengono negli ambulatori per farsi medicare.


L'anestesia? Un optional. Spesso le mutilazioni sono fatte senza anestesia, con coltelli, lame di rasoio, vetri rotti o forbici. Situazioni a rischio che possono portare anche alla morte.  L'emorragia che ne consegue viene arrestata tamponando la ferita con garze e bendaggi o, nei casi migliori, con punti di sutura. Le conseguenze sono infezioni, cheloidi, tetano e addirittura infertilità, oltre a problemi nei rapporti sessuali e durante il parto.


Un progetto educativo.
Per affrontare l'emergenza è appena partito nelle scuole della Toscana un progetto pilota 4di informazione e prevenzione che verrà in seguito esteso in altre Regioni. Diverse le iniziative per combattere le mutilazioni genitali. Da tempo il ministero della Salute ha pubblicato le Linne guida destinate agli operatori socio-sanitari. Per aiutare le vittime esiste anche un numero verde (800300558) dove donne e bambine possono ricevere consigli e assistenza".

Fonte: La repubblica, 6 febbraio 2012

mercoledì 1 febbraio 2012

BUON ANNIVERSARIO A NOI


Oggi è un giorno importante, anche se se ne è parlato poco: è l’anniversario dell’introduzione del diritto di voto alla donne. Sì, perché vale la pena ricordare che abbiamo conquistato questo diritto fondamentale solo nel 1945, proprio il 1° febbraio.

È importante commemorare questa data perché ci permette di cogliere in prospettiva i progressi fatti. Sono molti, anche se a volte non sembra. So che sono molti perché quando penso che quando mia madre è nata le donne non potevano ancora votare, mi sembra pazzesco. Solo 67 anni fa. Non proprio preistoria, ed è già incredibile.

È anche importante commemorare questa data perché la strada è ancora lunga, e abbiamo il dovere di regalare alla prossima generazione di donne la stessa sensazione di guardare indietro a come viviamo noi oggi con la stessa incredulità.
 

Per fare questo, a volte è necessario guardare indietro e ricordare. Nel farlo, mi piace condividere con voi stralci di ciò che ha detto Lidia Menapace in un bell’intervento svoltosi nella sala del consiglio comunale di Pesaro nel 2005, e riportato da Giacomo Alessandroni.

“Pochi mesi prima della conclusione del secondo conflitto mondiale, il secondo governo Bonomi - su proposta di Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi - introduceva in Italia il suffragio universale, con Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945, "Estensione alle donne del diritto di voto".

A 154 anni dalla "Dichiarazione dei diritti delle donne e delle cittadine" firmata da Olympe de Gouges che purtroppo le valse - nel 1793 - la ghigliottina, in Italia finalmente le donne si poterono recare alle urne. Una prima volta che assunse una valenza ancor maggiore poiché avvenne in occasione del Referendum del 2 giugno 1946 in cui gli italiani furono chiamati a scegliere fra Monarchia e Repubblica.
La struttura del decreto era la seguente:
l'art. 1 ne sanciva l'esercizio alle condizioni previste dalla legge elettorale politica;
  • l'art. 2 ordinava la compilazione di liste elettorali femminili distinte da quelle maschili;
  • l'art. 3 stabiliva che, alle categorie escluse dal diritto di voto, dovevano aggiungersi le donne indicate nell'art. 354 del Regolamento per l'esecuzione del Testo Unico delle leggi di Pubblica Sicurezza, ovvero le prostitute schedate che esercitavano "il meretricio fuori dei locali autorizzati".
  • Il Decreto n. 74 del 10 marzo 1946, "Norme per l'elezione dei deputati all'Assemblea Costituente", sanciva - un anno più tardi- l'eleggibilità delle donne.
Malgrado Palmiro Togliatti, con Alcide De Gasperi, ne fosse stato uno strenuo sostenitore, la partecipazione della componente femminile alla competizione elettorale generava non pochi timori all'interno dei partiti della sinistra, infatti l'influenza della chiesa sulle coscienze femminili veniva ritenuta determinante e in grado di orientare significativamente le elettrici. A fungere quale "cerniera di trasmissione tra le posizioni politiche della Democrazia Cristiana e quelle più spirituali delle donne di AC", d'altro canto, era il Centro Italiano Femminile, creato dall'Istituto Cattolico di Attività Sociale allo scopo di condurre le masse femminili cattoliche ad esercitare in modo 'appropriato' il diritto di voto e ad attivare iniziative assistenziali e formative in grado anch'esse di produrre effetti in tal senso.

Ad onor del vero, in Italia, le donne potevano già votare - solo per le amministrative - sin dal 1924. Benito Mussolini sulla carta le aveva riconosciuto il diritto di voto al fine di dimostrare che non temeva l’elettorato femminile, anzi. Fu però non solo un atto di pura demagogia, in quanto la dittatura aveva già deciso la proibizione di qualsiasi elezione per comuni e province, sostituendoli con i podestà ed i governatori; costituì un ulteriore ostacolo al cammino per il suffragio universale in Italia dove la legge del 1866 per l’unificazione della legislazione della nuova Italia aveva privato del diritto di voto - solo amministrativo - le donne della Toscana e del Lombardo Veneto che lo avevano sino ad allora esercitato. Poi una lunga serie di bocciature e decadenze di progetti anche se estremamente limitati. Nel 1871, ad esempio, il presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Giovanni Lanza propose che le donne "potranno mandare il loro voto per iscritto" insomma, che per carità non si presentino ai seggi, ma solo per le amministrative: "Qualche fondamento può esservi nelle costumanze per negar loro il voto politico". Ma il progetto decade alla chiusura della sessione. Dieci anni dopo sarà […] Agostino Depretis a riproporre la necessità che le donne votino sempre solo per le amministrative. La commissione della Camera modifica il progetto, lo circoscrive ancora (niente voto per posta, semmai "per delega", al marito) ma poi tutto si arena di nuovo, fino al 1945.

[…] Il diritto di voto era importante e necessario, era cosa necessaria ma non sufficiente; infatti se a votare è metà della popolazione questo fatto provoca mutamenti e amputazioni nella democrazia. Il primo diverbio avvenne durante il parto del decreto. Ci si chiedeva diceva infatti: "Le donne devono votare?". […] Le donne si ritrovano sotto esame, con un diritto di cittadinanza non consolidato. Infatti, seppur fondamentale, il diritto di voto non coincide col diritto di cittadinanza.

[Anche] l’articolo 51 della Costituzione "Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere negli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza" non garantì per molti anni la tutela di quel diritto. Tale accesso non fu accolto in modo esplicito dalla Costituente, la quale respinse l’emendamento aggiuntivo all’articolo sulla nomina dei magistrati "Le donne hanno accesso a tutti gli ordini e gradi della magistratura" che voleva essere introdotto nel timore, suscitato dall’andamento del dibattito che l’articolo in questione non fosse sufficiente a garantire quell’accesso. Una donna avvocato rilevava che con il voto della Costituente era passata "l’assurda ipotesi di un individuo (donna) capace politicamente di partecipare alla formazione di una legge, capace di far parte del governo, ed incapace poi, per una non chiarita insufficienza mentale, di applicarla nei casi concreti". Il divieto d’acceso delle donne alla magistratura venne ribadito negli anni da varie sentenze. Nel 1956 è pronto un disegno di legge, per opera di Aldo Moro, il quale socchiude le porte delle aule di giustizia alle donne, che potranno accedere esclusivamente alle giurie popolari con il limite massimo di tre su sei (norma che resterà in vigore fino al 1978) e ai tribunali minorili. Concessione minima, ma sufficiente ad essere contestata dai magistrati, una casta chiusa e impenetrabile alla concorrenza, non avvezzi ad essere criticati -figuriamoci giudicati - dalle donne. Giuristi, magistrati, professori e politici riciclavano argomenti dell’800 per negare il titolo di elettore e quello di avvocato alle donne, con un'aggiunta: la convinzione che la donna non potesse essere in grado di giudicare in certi giorni del mese, di essere troppo emotiva, di non essere sufficientemente razionale, e l'elenco potrebbe continuare. La legge Moro viene approvata e si attenuano un po' i toni: "è opportuno l’intervento della donna in seno alla magistratura per i minorenni i cui problemi vanno risolti, più che con l’applicazione di fredde formule giuridiche con il sentimento e la conoscenza del fanciullo che è proprio della donna". Ancora funzioni che sono l'estensione della figura materna. Opinione largamente diffusa in quegli anni -anche tra i magistrati più aperti al problema - è: "l’idea di essere giudicati da donne provoca un senso di fastidio". Nel 1958 viene indetto un concorso per uditore giudiziario, il primo gradino della carriera. Il bando di concorso precisa che i candidati devono essere di sesso maschile. La Costituzione è entrata in vigore da dieci anni, ma la parità nei concorsi statali non è per niente rispettata. Solo nel 1963 la legge n.66 rende giustizia all’art. 51 della Costituzione, ammettendo le donne a tutti i pubblici uffici senza distinzioni di carriere né limitazioni di grado.

Questo è il panorama per quanto riguarda il lavoro. Passando alle mura domestiche notiamo quanto a lungo è sopravvissuto lo jus corrigendi (il potere correttivo che comprendeva anche la "coazione fisica", in sostanza botte e maltrattamenti). Verrà abrogato con una sentenza della Corte di Cassazione del 1956 la quale stabilisce che al marito non spetta nei confronti della moglie lo jus corrigendi, il tutto nonostante l'articolo 29 della Costituzione sancisse l'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi. Una triste nota a margine, ma da non dimenticare, è che fino al 1956 era sì punito l'abuso dello jus corrigendi, ma per abuso si intendeva un ricovero ospedaliero di almeno venti giorni. La conclusione da trarre è che l'Italia, fino a qualche decennio fa, si è comportata come tanti altri paesi che oggi additiamo come modelli negativi.

Come sono andate le cose

Le donne hanno compiuto nella scuola e nell'istruzione in genere un processo di emancipazione passiva, andando via, via ad occupare i posti di lavoro scartati dalla popolazione maschile. Dall'inizio del XX secolo c'è stata lotta per ottenere posti all'interno di strutture come le ferrovie o delle poste. La presenza delle donne nel mondo del lavoro è documentata dai censimenti della popolazione italiana, che fotografarono, in decenni successivi, l’evolversi del fenomeno e le sue sfaccettature. In particolare, il censimento del 1881 evidenziò che il 51% della popolazione femminile (contro l’84.6% di quella maschile) era occupato stabilmente in un’occupazione extradomestica che la caratterizzava tanto da classificarla ai fini di un documento ufficiale quale appunto un censimento. Il 27% delle donne era occupato in agricoltura, il 16.9% nell’industria, un 4% era definito personale di servizio, mentre nelle altre professioni la presenza delle donne presentava percentuali inferiori all’1%.

[…] Si dice che per talune professioni (come avvocato, ministro) non si usa il femminile poiché non è presente nella lingua e nella tradizione italiana. Nulla di più falso. Il "Salve Regina" (la più celebre delle quattro antifone mariane, composta probabilmente da San Bernardo di Chiaravalle, deceduto nel 1153) in un suo passo recita "Eja ergo, advocata nostra" il quale in italiano viene tradotto senza timore alcuno con "Orsù dunque, avvocatanostra". Per non parlare di Ugo Foscolo dove, nell'"Ai Novelli Repubblicani", scrive "né il falso e il ver distingue:/quindi ministraomai/d'oligarchica rabbia/sogna menzogne e guai.". Naturalmente l'elenco potrebbe continuare ma non è questo il punto: se accettiamo a cuor leggero vocaboli come cliccare o dribblare, come mai fatichiamo tanto ad inserire nel nostro lessico quotidiano termini come rettrice?

Come affrontare la carriera professionale

Possiamo trovare donne dove è possibile l'affermazione individuale e dove la selezione avviene per concorso. Questo non perché le donne sono migliori degli uomini ma per il semplice fatto che sono più motivate. Il meccanismo si inceppa laddove l'attribuzione di responsabilità dirigenziali passa attraverso criteri discrezionali, o meccanismi poco trasparenti di cooptazione e regole di selezione non fondati, almeno non prioritariamente, sulla competenza. È questo il fenomeno del cosiddetto "soffitto di cristallo", immagine che dà l'idea della difficoltà femminile di arrivare ai massimi livelli di carriera nell'amministrazione come nelle professioni. Questo fenomeno assume aspetti innegabili nella carriera universitaria e nella ricerca scientifica, dove le donne costituiscono la maggioranza, ma è cosa rara nei millenni incontrare una direttrice di dipartimento. […] L'assenza delle donne nei gradi più alti della carriera lavorativa è un impoverimento per tutta la società. […]
Per non concludere
Il diritto di voto resterà una pura formalità fino a quando le strutture politiche non saranno popolate da donne libere. […] Le donne non sono nate né per essere modeste, né per essere sottomesse. È una vergogna elemosinare il diritto.